Il sogno del signor Garibaldi.

(versione completa del racconto “Il matrimonio della signora Anita” premiato al Premio Coppedè 2011)

 

Anche quel giorno, come faceva, ormai, da alcuni anni, vale a dire da quando era andato in pensione, il signor Garibaldi montò sul suo cavallo e, nell’attesa che fosse raggiunto da Anita, la sua compagna, per andare a fare la solita passeggiata del sabato pomeriggio, si dispose a montare la guardia dal solito posto che la storia gli aveva assegnato sul Gianicolo. A che cosa faceva la guardia, il signor Garibaldi? A Porta Pia!....e perché faceva la guardia a Porta Pia?....beh, è una storia un po’ lunga per essere detta in due parole, ma era un impegno preso con la sua campagna.

Tutto era iniziato qualche anno prima quando, lui, oscuro e anonimo impiegato d’ordine, al Ministero dei Lavori Pubblici, prossimo alla pensione e ancora in giovane età, aveva scoperto di chiamarsi Garibaldi. Si; si chiamava Garibaldi, ma non si era preoccupato molto, in verità, di accertarsi se fosse discendente o meno del grande condottiero, perché, il semplice fatto di portare quel nome era stato sufficiente per farglielo sentire, anzi, per dargli la certezza di esserlo e questo lo fece sentire tanto immedesimato nel ruolo del grande condottiero che, anche sul posto di lavoro, prese a vagheggiare idee di emulazione delle gesta di colui il quale, ormai, credeva di essere discendente, per liberare un’Italia che lui aveva cominciato a vedere come era nel 1860. A questo punto, però, dove’ scontrarsi presto con una dura e deludente realtà a cui non era preparato; guerre di indipendenza non ce ne erano più perché, quelle a disposizione, erano state combattute, per cui lui?!..... si sarebbero dovuti inventare altri invasori, ma il popolo ormai, alla prospettiva “vi prometto sangue e lacrime”, preferiva  quella, in verità, più accattivante di “pastasciutta e donne” per cui la ricerca di altri invasori si prospettava non solo dispendiosa ma anche antieconomica e, soprattutto, anacronistica…deluso, da questa realtà, per soddisfare le sue mire di intervento, non disgiunte da quelle di conquista della gloria, cominciò, allora, a “guardarsi attorno” e la tecnologia gli venne incontro perché con il computer dell’ufficio, che gli permetteva di “navigare” nell’Internet, aveva cominciato ad “esplorare” i siti della Wikipedia, l’enciclopedia libera, per cui aveva cominciato a sentirsi anche, “eroe dei quattro continenti”, invece che solo “dei due mondi”, e, in questa dimensione mentale, entrando nell’Italia del 1860 aveva preso ad elaborare delle idee sulla sua liberazione avvenuta contocinquanta anni prima. All’ufficio lavorava? Assolutamente no!....e i colleghi?....i colleghi, considerando che, ormai, era arrivato alla pensione, e che in una città come Roma, ogni giorno, causa l’anticiclone africano, che picchia duro ma che non porta l’estate, qualcuno si sveglia credendo di essere qualcun altro, soprassedevano alla situazione e, nell’attesa che presto lui li liberasse della sua presenza, sistematicamente, tutti i giorni, a fine giornata, si dividevano il suo lavoro e si facevano lo straordinario.

Il signor Garibaldi era andato avanti così negli anni; con il computer programmava interventi liberatori per l’Italia, per la quale, al pari di colui del quale si sentiva discendente, sentiva sempre un’adorazione viscerale, fino a quando, un giorno, navigando fra vari elaborati del suo progetto e risposte alle sue richieste di adesione, di mitomani sconosciuti, era incappato anche nella PE, più edulcorata di un bicchiere di melassa, che una non bella, ma giovane, furba e ardente russa, ardente di fuggire, con un matrimonio a colpi di mouse, dal suo paese, che, dal vecchio regime al nuovo, non era cambiato affatto, aveva messo in rete, come seicento anni prima avrebbe messo in una bottiglia tappata con la cera e affidato all’oceano. Quando vide sulla lettera di questa, il suo nome, Ana, istintivamente lo lesse subito per “Anita” e prese subito lei per la donna del suo destino e iniziò con questa una corrispondenza in seguito alla quale, un giorno, si diedero appuntamento al Gianicolo e si incontrarono alla base della statua di Garibaldi. Lui disse a lei che veniva da Nizza e lei, nella sua pronuncia, disse a lui che abitava a “Uostia”, dove era approdata con passaporto turistico e dove viveva di volantinaggio e il signor Garibaldi, presa quella pronuncia per una deformazione del portoghese e, già letto il suo nome, Ana, in “Anita”, entrò subito nella convinzione che lei veniva dal Brasile e la identificò per la donna del destino del suo nome e iniziarono, come si usa oggi, una convivenza, ma ella, che era russa, ma non stupida, perché la storia avesse un seguito, aveva messo, subito, per inciso e in chiaro, al signor Garibaldi, due condizioni; il matrimonio e la casa a Roma. Se il signor Garibaldi la amava, doveva sposarla e darle una casa a Roma. Bene; il signor Garibaldi aveva preso atto delle condizioni della donna e, a questo punto, lui, che, ormai, “navigava” alla ricerca della gloria imperitura, nella dimensione di colui che credeva suo antenato, per onestà, tenne ad informarla che l’avrebbe senz’altro sposata, ma non subito perché era impegnato in una missione, la liberazione dell’Italia; non appena avesse portato a compimento questa missione, che lo teneva molto occupato, avrebbe fatto onore agli impegni che aveva preso con lei per cui lei doveva avere solo un po’ di pazienza e capire che quest’Italia, che lui desiderava liberare, era stata il primo e il più grande amore della sua vita e che per lei, lui sentiva sempre una grande adorazione….

…..beh, Anita, un po’ non padrona della lingua, un po’ a digiuno di cultura e di storia del nostro paese e un po’ anche consapevole di ciò che può rappresentare un vecchio amore per un uomo, non afferrò proprio bene il significato del programma del suo compagno, che la lasciò anche un tantino perplessa e che le fece configurare, nella sua fantasia, quest’Italia, adorata da questi, come un suo vecchio amore, ma, ansiosa, di raggiungere il matrimonio, che le avrebbe dato la cittadinanza e le avrebbe concesso di uscire legalmente e per sempre dal suo paese, accettò di aspettare pazientemente il momento che il suo compagno le aveva indicato, per la celebrazione delle nozze, in quanto, questo, era l’unico mezzo per arrivarvi che aveva a disposizione, ma, il tempo era cominciato a passare e il signor Garibaldi, incollato sempre di più al suo PC, sia nell’ufficio, sia in casa, non si decideva mai a programmare il matrimonio promesso, anzi, lo rimandava sistematicamente di anno in anno in funzione della famosa “liberazione”dell’Italia, che le aveva definito, e, nel suo immaginario individuale, un giorno, ad una estemporanea e casuale richiesta di spiegazioni della sua compagna, su chi fosse codesta donna amata in altri tempi e venerata da lui, gliel'aveva descritta come “una signora non più giovane ma sempre molto piacente”.

La cosa era andata avanti ancora un po’ di tempo fino a quando Anita, consapevole che la “stagione” delle donne, non è eterna e che, sebbene giovane, non era proprio una bella donna, e che in tempi non lontanissimi, avrebbe finito di esercitare, anche lei, qualsiasi tipo di attrazione sul suo compagno, e su qualsiasi altro uomo, per quanta comprensione potesse avere nei confronti del signor Garibaldi, che, comunque, non si tirava indietro agli impegni presi, cominciò a pensare che non poteva mandar giù a lungo di vivere “all’ombra” di questa vecchia “fiamma” del compagno, che questi le descriveva anche come la “più bella donna del mondo”, e che, obiettivamente, da quanto lei aveva potuto capire, dalla descrizione che lui gliene aveva fatto….non era proprio una ….bella donna, come lui diceva, via!.....aveva la forma di uno stivale….un’ossatura che sembrava che avesse la scoliosi….stoooorta!....dal collo alle articolazioni….uno sperone alla caviglia, come lo hanno i galli, che non si sa da dove spuntava fuori e, nonostante avesse la mania di stare sempre “a mollo” almeno con tre lati del suo corpo, non è che le sue condizioni di pulizia ……fossero proprio delle migliori, via!......magari, considerata nei particolari!?....poteva anche offrire dei posti di inusitata bellezza, e, questo, bisognava riconoscerglielo…..ma……e, poi, a parte questo, era molto più anziana di lui, e lei, invece, forse non era “bellissima”, ma giovane lo era…..poi, era stata, si, il suo grande amore, ma, lei e il suo compagno, si erano amati di un amore….platonico e particolare, sublimizzato al massimo, che era stato un’abnegazione completa, “dare, sempre dare, senza mai ricevere”; e, poi, diciamocelo francamente!....non era stata una santa, eh!?; sul suo corpo si erano avvicendate le razze più diverse e….qualche volta, lasciandole anche le “tracce” del loro passaggio, nelle caratteristiche somatiche e biologiche, estranee alla loro razza originale, che molti dei suoi figli portavano anche a distanza di molte generazioni….ma, ogni volta che lei voleva vederlo, lui accorreva da lei….ma, di questo, dove’ farsi una ragione; gli uomini sono fatti così e….e non ci si può far niente….

Bene; Anita dove’ prendere atto della situazione e, se voleva il matrimonio, doveva avere pazienza e “dare tempo al tempo”.

Con somma soddisfazione dei colleghi di lavoro, arrivò il giorno della pensione ma le cose, per Anita, invece di migliorare, peggiorarono perché il compagno, immerso nella sua dimensione, cominciò non solo a dedicare al suo “sogno” tutto il tempo che adesso aveva a sua disposizione, ma anche a recarsi tutte le mattine al Gianicolo per “montare di guardia”, dall’alto della statua di colui del quale credeva di essere discendente, che dominava Roma, e dimenticò presto di avere una compagna alla quale aveva fatto delle promesse e, anche, di avere cura della sua persona per cui, non avendo più fatto, per molti mesi, una visita al barbiere, un giorno, guardandosi allo specchio, con i capelli, la barba e i baffi lunghi oltre misura, crede’ anche di avere assunto le sembianze di colui del quale si sentiva discendente e questo gli fece credere di essere addirittura la sua reincarnazione. Fu questo fatto che portò la pazienza di Anita al suo limite per cui, ella, ad un certo punto, gli sentenziò in faccia che in giro, con lui, in quelle condizioni di abbandono e di trascuratezza personale, non ci sarebbe andata e, o tornava dal suo barbiere e si rimetteva in ordine, o lei, al suo fianco, non sarebbe più uscita.

 

 

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