Gent. Sig. C. F.,

Accolgo con vivo piacere la Sua visita occasionale nel mio sito e la Sua garbata ma ferma presa di posizione nei riguardi del suo contenuto. Avrei preferito trovare un recapito sulla Sua posta elettronica per poterLe fornire una risposta a livello personale ma in questo modo devo risponderLe così. Per ovvie ragioni di riservatezza e di discrezione, mi rivolgo a Lei con le iniziali del Suo nome; spero che venga di nuovo nel mio sito e che si riconosca. A questo punto passiamo al contenuto. Non si senta in colpa per aver sentito l’impulso di giudicare il mio sito a suon di sberleffi; è una cosa che non mi tocca più di tanto e che accetto comunque sia stato inquadrato il Suo giudizio o a qualsiasi estrazione culturale Lei appartenga; in altri termini l’ho messo come premessa all’invito a conoscerci attraverso questo mezzo di comunicazione, che non esito a definire infernale, perché, Lei dovrebbe insegnarmelo, la comunicazione tra gli esseri viventi è la molla propulsiva, il motore, della evoluzione umana e ogni forma di comunicazione può servire e giovare a ciò. Capisco, anche se non condivido, il Suo impulso e, indubbiamente, approvo il Suo ripensamento e il Suo immediato ritorno ad una forma espressiva da adulti. Anche io, a volte, mi sono trovato in posizioni di giudizio in situazioni che consideravo, a dir poco, sconcertanti ma mai, dopo un certo tempo della mia vita e dopo le molte esperienze fatte, mi sono lasciato andare a considerazioni che potevano pormi in una luce diversa da quella nella quale mi ero calato e che era mia propria, non per giudicare ma per considerare l’oggetto che si poneva avanti all’analisi spontanea e istintiva della mia capacità di vedere e di osservare e del mio livello intellettivo, per quello che, nella mia dimensione, potevo ed ho potuto. A questo punto, però, in qualità di autore, devo farLe notare, ben’inteso, non a discarico delle mie eventuali responsabilità e nemmeno a conferma unilaterale delle mie opinioni, (non chiedo scusa in nessun modo), ma semplicemente nella veste di quella specie di osservatore del fenomeno umano che ritengo (a torto o a ragione, non saprei dirlo) di essere, che bisogna andare un po’ in fondo alle situazioni. Lei, dopo essere entrato in questo sito ed aver poggiato gli occhi sopra qualche espressione o sopra qualche argomento si è sentito istintivamente in dovere di rispondere sberleffi a quanto è in esso considerato e rappresentato e, in una mia dimensione personale, giudicato ed io non le do torto ma Le faccio umilmente notare, che quello che il sottoscritto scrive, è quello che il sottoscritto vede e sente, e che questo, prima che arrivi, in tutte le sue forme, alla televisione, o direttamente dalla vita vissuta, a lui, passa per il sistema educativo scolastico e per le università, istituto di cui Lei si dichiara facente collaborazione. Lei avrà letto nell’editoriale che dopo aver sfiorato per un soffio l’assunzione alla BBC, ho chiuso le mie battaglie per il raggiungimento di detto settore professionale, con un soddisfacente ingresso in banca caduto non so da dove. Per molti un’assunzione in banca avrebbe significato l’”imboscamento” ma per me non è stato così; la annale collaborazione ai testi riservata in altri tempi alla Rai e quella più relativa, in tempi successivi, al cinema, come sceneggiatore, mi hanno convinto che, anche se non ero diventato Cesare Zavattini, personaggio che, tra l’altro, non ho mai amato molto, avevo ancora qualcosa da dire anche io e che, a tempo perso, nei tempi in cui l’Internet assurgeva a messo di comunicazione di massa, anch’io potevo estrapolare dalla nostra realtà alcuni aspetti di vita che, confusi nel marasma della nostra vita convulsa, si confondevano in questa e non erano visti dai più; Alberto Sordi, in una chiave diversa, ha fatto la stessa cosa. Certo le mie sono idee che, nel migliore dei casi, stimolano al risolino ironico, però diamo uno sguardo alla realtà dei nostri tempi, costruita dai mezzi di comunicazione di massa di oggi, quelli, la cui struttura e la cui produzione sono insegnate da Voi nelle Università libere o statali, ai modelli di comportamento che esse immettono in questo universo ricevente che è la nostra società, e, dulcis in fundo, ai conduttori che iterano codesti stilemi, conduttori che sono anche professori universitari delle Vostre università e guardiamo se quello che io osservo, critico, giudico e soffro, come elemento sociale, e il giudizio dei quali, che Le ha stimolato gli sberleffi, non provengono da questa struttura onnipotente di televisioni che Voi formate. Gli sberleffi soffocati li prendo io, certamente, e do ad essi il peso che Le ho prima detto, ma diamo uno sguardo alle trasmissioni che iterano i modelli di comportamento che ci troviamo ossessivamente avanti in qualsiasi posto ci troviamo, tutti i giorni e in tutti i momenti, prestiamo un attimo di attenzione per valutare un po' meglio tutti i Maurizi Costanzo che iterano questi modelli di comportamento, questi modi di esprimersi, e vediamo un po’ se sono ridicolo io che “avverto”, “vedo”, “sento” e rilevo queste cose o se sono queste cose che esistono in tutta la gravità del loro significato e della loro fenomenologia e, infine, prestiamo un po’ d’attenzione per valutare l’intera struttura scolastica, di cui Lei si definisce un collaboratore, che è diventata una struttura fatiscente, che non esiste più, che da vita ad essa come alla struttura produttiva e alla struttura comunicativa in un movimento fenomenologico circolare definito “circum cum moenia”. Della struttura produttiva possiamo anche non farne debita considerazione, ma di quella comunicativa, per Giove!, dobbiamo farla perché è da quella che parte tutto. Non c’è persona che non va da Maurizio Costanzo e che non si esprima con l’inconcludente “cioè” e con una confusione mentale abissale, che Costanzo non consiglia di rivedere a modo, con qualche sistema che istruisca anche tardivamente, la sostanza delle sue idee ma l’ascolta e da cittadinanza alle sue opinioni e al suo modo di esprimersi molto confusionario, come se da queste persone uscisse un eloquio da oratore, facendosi complice anch’esso, da professore universitario quale è, dell’espressione, della confusione mentale dei soggetti che presenta, e della struttura che ha causato questi casi sociali. Sono entrato in banca, le ho specificato, come del resto avrà avuto modo di leggere dal mio editoriale, e adempio alla mansione di cassiere. La banca presso la quale presto servizio è vicinissima all’Università e, durante il periodo dell’immatricolazione e degli esami, raccoglie i versamenti delle tasse della maggior parte della popolazione studentesca di questa. Le garantisco che durante questi periodi sono assalito letteralmente, senza restarne indifferente, come accade ai miei colleghi, dalle espressioni di questi giovani senza cultura e senza personalità, che grazie a ciò che insegnano loro la scuola e l'Università non riescono a mettere insieme due parole di senso compiuto e grazie a ciò che fanno credere loro i mezzi di comunicazione di massa, credono di essere dei geni. Una ragazzina, che  mandava ancora  odore di latte materno, mi si è presentata alla chiamata del mio campanello e, rispondendo al mio sguardo interrogativo, con uno sguardo vuoto e incerto, ha esordito dicendomi  “….cioè…..devo pagare le tasse universitarie….”. ho guardato interrogativo prima lei, poi il modello prestampato che ha messo sul tavolo e sul quale ho letto la facoltà di Lettere. Con quella vena polemica che qualche volta mi prende più forte della mia volontà, le ho chiesto che cosa intendesse fare “da grande” ed ella, con espressione immutata, mi ha risposto, molto candidamente, “la giornalista”. A questo punto, lasciando cadere il discorso che non aveva più senso, le ho chiesto se qualche volta le avevano fatto aprire la Grammatica Italiana o se le avevano insegnato a fare l’analisi logica, strumenti, la conoscenza dei quali, da la capacità di comporre giustapponendo le parole in funzione del loro significato. È rimasta inebetita o interdetta. Le racconterò un altro episodio molto emblematico. Si è presentata, sempre nello stesso periodo e sempre per la stessa ragione, un’altra bambina che, ritenendo di essere superiore, lei universitaria e laureanda, a dei cassieri di banca, ha cominciato col dire, con l’aria della super donna, “….cioè….quanto è la tassa universitaria?; con quella vena polemica descritta or ora, e con esplicita intenzione provocatoria, le ho risposto, con il medesimo tono, “…cioè, dovrebbe essere scritta sul modello prestampato”; è rimasta leggermente interdetta ed ha continuato, “….cioè….io non ci capisco niente… cioè….qui sopra.....”; a ciò ho risposto io, sperando che fosse l’ultima battuta di questo genere, “….cioè, se non ci capisci niente, cioè devi rivolgerti alla segreteria dell’università, cioè non a noi e se andiamo avanti con i “cioè” arriviamo fino a domani senza aver concluso niente”; la provocazione è stata raccolta tanto che mi ha risposto con malagrazia “…senta, sono venuta qui per pagare le tasse universitarie….cioè….non per avere una critica sul mio modo di parlare”, ed a ciò ho concluso io, finalmente, “sono perfettamente d’accordo però per fare questo devo sapere con precisione quello che devi fare e nel  modo in cui me lo hai detto non ho capito ancora niente.”. La ragazzina con l’aria della super donna non era una laureanda in Ingegneria o in Economia e Commercio, per cui si potesse chiudere un occhio su un suo non scelto modo di esprimersi, ma in Lettere Moderne e quindi indirizzata alla professione dell’insegnamento. Posso raccontargliene un’altra, questa di ordine specificamente personale? Sono stato fidanzato, una ventina d’anni fa, con una bella ragazza, con la quale sono rimasto in buoni rapporti. Questa, oggi una bella donna, è, oggi, laureata in Lettere Antiche ed aveva e conserva una ottima formazione culturale oltre che una lucida capacità espressiva; sua sorella, invece, al tempo laureanda in Lettere Moderne, era famosa nel gruppo per avere la capacità di costruire una proposizione elementare, soggetto, predicato e complemento, mettendoci dentro almeno quattro “cioè”; era afflitta, infatti, da una profonda confusione mentale. Sono passati oltre venti anni; questa ragazza si è laureata con ottimi voti, se non con il massimo, è diventata professoressa di Lettere e, grazie alla sua ottima votazione, che le è valsa una ottima graduatoria, ha avuto subito un posto di insegnante. L’ho incontrata di nuovo alla banca dove presto servizio. Ha voluto dirmi di voler aprire un conto corrente per la pensione della mamma sul quale lei figurasse come delegata in previsione di casi in cui la mamma fosse impossibilitata a venire alla banca ma a forza di “cioè” a destra e a sinistra, e ogni due o tre parole, non è riuscita a dare un senso compiuto ad una frase tanto semplice da essere elementare. A distanza di venti anni, il modo di esprimersi che io conoscevo, non è cambiato affatto e ciononostante questa siede oggi su una cattedra di scuole medie dalla quale insegna Lettere. Che cosa può insegnare di lettere, di stile espressivo e compositivo, una professoressa in questo stato culturale? Con queste prove non mi meraviglio affatto quando ricevo in banca queste ragazzine universitarie con più confusione mentale che cultura. Intendiamoci, non mi riferisco assolutamente al cavillo estetico che il soggetto è in grado di farsi capire o no, ma soltanto al concetto molto elementare secondo il quale il comunicare mediante una forma corretta dimostra di aver attraversato, mediante lo studio, tutte le fasi di evoluzione che l'umanità ha percorso per arrivare ai giorni nostri; se non si fa questo e se questo percorso culturale, ai nostri giorni, è inutile, allora basta toglierlo dalla scuola e togliere la scuola stessa che è preposta a questa funzione formativa per tutti gli studenti; è tanto chiaro e semplice, il ragionamento?!

 Gli episodi non si limitano a questi; laureandi in Ingegneria che non sanno incolonnare due numeri decimali o che dichiarano quarantamila lire di reddito all’anno perché non capiscono che, sullo stampato, devono aggiungere altri tre zeri ai tre già stampati per fare quaranta milioni; laureandi in Economia e Commercio che si impantanano sul dare e sull’avere di una partita contabile delle proprie operazioni, cosa che un imbecille come me ha appreso immediatamente. Vogliamo continuare? Non credo sia il caso, ma questo per renderLe un quadro di quello che sono la scuola e l’Università oggi, quadro che io mi limito soltanto ad estrapolare dalla realtà. Il sottoscritto non è un genio e si onora di non aver frequentato questa Università e ritiene che gli sberleffi soffocati che possono essere stati stimolati da ciò che scrive siano ascrivibili, non a lui, che fa da tramite, e nemmeno ai soggetti, attori della  realtà storica, che ignari, vengono prodotti da codesta struttura, ma alla struttura in se.

            Potrei andare su un altro argomento; il criterio di organizzare la propria vita. Un'altra funzione della scuola non è quella di istruire meccanicamente, (me lo insegnavano già alle scuole elementari), ma quella di preparare alla vita. Lei, probabilmente, sarà stato colpito da qualche pensiero mio in merito alla riforma scolastica della Moratti oppure dal mio giudizio duro in merito all’amara vicenda di Alessandro e della madre bambina che lo porterà con lei agli esami. Bene; Le spiego; prima di entrare in banca, e parallelamente alle collaborazioni alla Rai e quando non ero impegnato con le sceneggiature cinematografiche, ho fatto più di un mestiere, che non mi ha fatto pesare sulle mediocri risorse familiari, e ho incontrato più di una persona delle più diverse estrazioni sociali e culturali che, insoddisfatte della propria esistenza, in vena di confidenza, mi hanno messo a parte della loro vita e dei non indifferenti problemi che avevano in essa. Non è la prima che mi ha detto “…solo a Roma, in una camera in affitto, con un posto occupato di recente, la padrona di casa mi stirava le camicie e stira oggi, stira domani, mi sono trovato sposato con sua figlia….”;  quindi, sintesi di molte situazioni simili, matrimonio fallito con una consolazione, la piccola figlia nata da questa unione saturata ed inesistente. Non è la prima persona che spinta a confidenza, probabilmente per scaricarsi un po’ delle troppe tensioni che logoravano la sua esistenza e la sua persona, mi ha confidato il proprio dramma di una vita con una persona per la quale non si sente niente, il dramma traumatico di una separazione arrivata a conclusione di una vita travagliata di litigi e di sofferenze, le sue amarezze, le sue insoddisfazioni, le sue infelicità, il suo odio per una persona che prima si è creduto di amare; dalla sintesi di tali situazioni ho potuto capire che si scambia molto facilmente, aiutati dai mezzi di comunicazione di massa e nell’assenza di una valida guida specifica, l’eccitazione sessuale per l’emozione e si definisce troppo spesso e arbitrariamente come “amore", sentimento, il sesso fine a se stesso e, conseguentemente, si scambia il desiderio di contrarre rapporti sessuali per innamoramento. Diamo uno sguardo alle statistiche, alle situazioni chiuse nelle quattro mura di una casa e vediamo che il numero di questi drammi sono in continua e inarrestabile ascesa e che nonostante la presenza della Chiesa, questi drammi maturano ed esplodono oggi, nei divorzi, anche negli ambienti più conservatori, quegli ambienti, per essere chiari, che fino a qualche anno fa aborrivano addirittura questa specie di soluzione. Negli anni che furono, per corteggiare una ragazza, ho fatto anche una breve esperienza in un gruppo di Azione Cattolica; oggi a trent'anni di distanza, rivedendo i vecchi amici, conto più le coppie divorziate che quelle ancora unite. E' evidente che sono situazioni prodotte da qualcosa; questo "qualcosa" è, senza dubbio, una carenza di istruzione e di preparazione perchè è pur vero che si può sbagliare ma è pur vero che, improvvisamente, nella storia, da un certo punto in poi, sbagliano quasi tutti. Bene; sono convinto che, invece di inventare scuole nuove e corsi strani, giustificando la loro invenzione con la nascita delle nuove tecnologie, se si desse più spazio nella scuola di ogni ordine e grado, opportunamente e coerentemente riformata, ad una materia che non insegnasse che cosa sono il pene e la vagina, e a che cosa servono, che sono cose delle quali, senza alcun insegnamento, ne sono al corrente anche i bambini delle scuole elementari, ma che insegnasse a “vedere” meglio in tutta la sfera delle sensazioni e delle emozioni, in modo da mettere un po’ d’ordine nella capacità di “vedere” dei giovani, forse sarebbe più utile che battere a pappardella tante materie nuove, che possono essere integrate senza problemi a quelle tradizionali già esistenti, ma che, trattate singolarmente, all’atto pratico lasciano il tempo che trovano e che, in sostanza, non aggiungendo niente a ciò che già c’è, risultano soltanto “specchietti per le allodole” per i disoccupati. Beninteso che il sottoscritto non ha la pretesa di riformare la vita ma se questi pensieri sono tanto ridicoli da stimolare degli sberleffi civilmente soffocati, beh….teniamo la società che sta venendo fuori dalle nostre istituzioni e prendiamo a sberleffi, questa volta sul serio esplicitamente ed apertamente, tutti quegli studiosi dei fenomeni umani che, nelle Università, nelle quali, ancora una volta, mi onoro di non avere studiato, dichiarano che questa società si sta avviando verso l’auto distruzione.

            Per concludere, Gentile Signor C., (non equivochi, che se il tono, a volte è stato un po’ duro; non è stata assolutamente mia intenzione e non sento assolutamente rancore o offesa), come Lei ha poggiato gli occhi sul mio sito, così possiamo fare, se parliamo di comunicazioni di massa, con un qualsiasi quotidiano del nostro paese, non solo con quelli secondari, di provincia o, addirittura quelli locali, ma quelli di prima grandezza, e a questi aggiungiamo i notiziari televisivi da quelli locali a quelli dei grandi networks commerciali a quelli nazionali di stato. Non parliamo di cultura, per cortesia, di saper scrivere e di saper fare il giornalismo; vi siamo agli antipodi e sono questi gli organi della carta stampata o queste le televisioni formati dagli operatori che escono dalle Università che Lei mi menziona. Avrà avuto modo di sentire qualche volta il Dott. Bruno Vespa, immagino; sembra che non abbia mai aperto una Grammatica Italiana. Quando il sottoscritto si esprimeva come si esprime il Dottor Bruno Vespa in televisione avanti a trenta milioni di telespettatori, il suo maestro della terza elementare lo bocciava in lingua italiana e gli tirava le orecchie.

            Gentile Signor C., mi auguro di non aver abusato del Suo tempo e della Sua cortesia; mi riconosco, purtroppo e comunque, un grafomane impenitente e incallito e su questo ho assolutamente scusanti nè so fermarmi. Questa "malattia" negli anni in cui eravamo non felici scolari di una scuola che, purtroppo, non esiste più, mi è valse improvvisamente uno dei primi posti nella classifica nella composizione dell'Italiano. Prendo atto del Suo consiglio riguardo ai testi che mi segnala; quanto prima me li procurerò in quanto sono sempre stato sostenitore delle buone letture ma mi auguro che non assomiglino a quelli che, ne ho trovati tanti in giro, prima che possano essere letti, capiti e studiati, devono essere “tradotti” in lingua italiana corretta e comprensibile. Con l’augurio di leggerLa di nuovo in chiave ben diversa La saluto cordialmente e La ringrazio per l’interesse riservatomi.

Mario Olivari.