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 Una bottiglia d'acqua frizzante


            Ero solo; o, meglio, eravamo in due: io e la mia sete.

            Provai a battere a macchina qualche altra parola, nell’inutile tentativo di distrarmi, sperando che mi passasse o che riuscissi a eluderla per un altro po’ di tempo........ mi disturba molto distogliermi da una occupazione che ritengo importante, anche se devo soddisfare un bisogno corporale, come, per l’appunto, la sete....macché!.... buttai giù altre parole, peraltro senza convinzione, ma non resistei più quando sentii che, in bocca, i nervetti della lingua mi si contorcevano letteralmente. Mi decisi; conclusi la parola, battendo la sua ultima lettera e mi precipitai in cucina.

            Molto bene; guardai nel lavabo; vi era una bottiglia in fresco. "... finalmente, l’acqua !......" esclamai in me stesso, ma l’espressione mi si soffocò dentro ancor prima di giungermi al cervello, per essere poi articolata verbalmente; la bottiglia era piena di vino. Il vino proprio non mi andava. Quando ho sete voglio acqua, soltanto acqua; acqua e nient’altro; perciò mi guardai in giro. Acqua non ve ne era; anzi, c’era l’acqua diretta, quella che scorreva dal rubinetto; potevo "scolarmene" litri di quella, dopo avrei avuto più sete di prima. Quello che ci voleva e che cercavo io era il qualcosa che ti dissetava, che ti toglieva l’arsura estiva. L’acqua semplicemente non bastava; era necessario che essa fosse..... frizzante; già, frizzante.....ma, dato uno sguardo attorno, dovei ammettere amaramente che.....non ve ne era; bisognava farla....

            Detto, fatto; presi allora una bottiglia vuota e la riempii d’acqua.
 
 

            Molto bene; ma, nel frattempo, la mia sete continuava a torturarmi la lingua e il palato, la bocca intera mi sembrava che fosse diventata un forno ardente e, ciò nonostante, avevo in mano solo una bottiglia piena d’acqua e nient'altro e, adesso, non sapevo cosa fare o dove mettere le mani.

            Incrociai le dita e fidai nella mia buona sorte. Aprii una scansia del mobile della cucina e, fortuna o miracolo?, mi apparve lì, come in una lontana visione idilliaca, la scatola delle polveri per acqua da tavola, ancora sigillata. Non ne sono sicuro ma mi parve che mi strizzasse l’occhio. Era invitante; e io risposi.

            Ho un certo rispetto per tutte le cose nuove, le scatole ancora sigillate......; sono un conservatore nato, io; ma di fronte alle polveri per fare l’acqua frizzante, in quel momento.... no, di fronte a quelle e in quel momento, no!
 
 

            Afferrai deciso la scatola e la aprii; quindi ne trassi le bustine di polvere e le guardai. Adesso era tutto a posto. Avevo tutto ma, a prescindere da ciò che dovevo fare, mi mancava la cosa più importante: il tappo della bottiglia. E, si; perché l’acqua frizzante riesca bene, gasata alla perfezione, bisogna che la chiusura sia ermetica, che la pressione sia massima, che non esca un solo filo di gas dall’interno della bottiglia, altrimenti.... eh!?, se sfiata, prende il sapore del bicarbonato di sodio. Lo conoscete? E’ disgustoso.

            Dunque, non divaghiamo; andiamo avanti. Occorreva il tappo.

            Il tappo per fare l’acqua frizzante è un tappo particolare. E’ un pezzo di marmo o di plastica con una guarnizione di gomma che serve a far aderire perfettamente tale pezzo di marmo o di plastica, il tappo vero e proprio, all’imboccatura della bottiglia; esso è completato da un gancio di ferro, a cui ruota attorno, che si attacca al collo della bottiglia e gli permette, oltre che di impedire la fuoriscita dei gas, la qualcosa serve alla giusta preparazione dell’acqua frizzante, anche di non saltar via alla pressione prodotta dallo sprigionarsi di questi.

            Versai la prima polvere nella bottiglia e vi misi il tappo. Non che per la prima polvere fosse necessario, ma volevo almeno inaugurarlo; e poi dovevo far sciogliere le polveri nell’acqua con il classico "dritto-rovescio", per cui, il tappo, anche se non pressato, era, comunque, sempre necessario.

            Feci sciogliere a dovere tutta la polvere, quindi stappai e aprii l’altra bustina. Questa era la fase più importante e delicata di tutta l’operazione, quella che per me stava acquistando la solennità di un rito religioso.

            Feci scendere tutta la polvere nell’acqua, rapidamente, senza farne perdere un solo granellino. "Ogni granellino che si perde", pensavo, "è un granellino di sete in meno soddisfatto alla mia gola" che, in quel momento, lanciava fiamme e aveva bisogno di sentirsi formicolare in profondità dall’anidride carbonica dell’acqua frizzante.

            Osservai con autentica emozione la discesa rapida dell’ultima parte della polvere e lo spettacolo aveva assunto un tale fascino ai miei occhi che mi aveva fatto dimenticare che l’operazione non era ancora terminata.

            L’immediato sprigionarsi delle bollicine d’aria mi riportò alla realtà. Appena in tempo! Prima che un solo granellino di polvere si "sfiatasse" tappai la bottiglia e pressai sul tappo con il dito pollice. Non contento di ciò, poco dopo, vi misi sopra l’intera altra mia mano. "Le precauzioni non sono mai troppe", pensai ad un tratto, e a questo pensiero, dopo aver poggiato la bottiglia sul tavolo, fortificai la barriera che avevo costruito sul tappo, appoggiandomici con tutto il tronco. "Così ", mi dissi, "c’è qualche probabilità che i gas non escano e che l’acqua si "carichi" a sufficienza per diventare frizzante.".

            Stetti lì, in quella posizione, che non era affatto comoda, ve l’assicuro, non saprei dire per quanto tempo. Ad un certo punto un acuto bruciore che avvertii alla mano tutt’intorno alla parte dove poggiava il tappo, misto ad un dolore vero e proprio nella parte che comprimeva il sughero, mi dissuasero dal continuare.

            Pur mantenendo saldamente il pollice pressato sul tappo, mi guardai la mano. Beh, non saprei descriverla. Aveva cambiato colore. Ricordo di aver visto un colore simile solo nelle fotografie di alcuni libri di medicina di mio zio, in cui venivano trattate malattie da cui era più salutare stare lontano fin anche solo con il pensiero.

            Bene; il tappo certamente non aveva reso per quello che avrebbe dovuto ma dopo quella faticaccia sperai che l’acqua avesse almeno la parvenza della gassazione.

            Sollevai la bottiglia con l’altra mano mentre la prima manteneva il tappo con il pollice diventato ormai blu e non rispondente più ad alcun impulso tranne quello di premere, sempre premere, fortissimamente premere, dettato dalla mia ferrea volontà e ........ dalla mia sete.

            Sollevai la bottiglia, come ho detto e, spettacolo stupendo.......l’acqua frizzante era là, dentro la bottiglia che io stringevo con una mano.

            Ricordai un vecchio insegnamento di mia madre, di quando potevo avere si o no, sei o sette anni, allorchè, vedendo fare per la prima volta una cosa analoga, chiesi come si vedeva quando l’acqua era pronta. Mia madre mi aveva spiegato che l’acqua sarebbe stata al suo punto giusto quando sarebbe stata perfettamente limpida e trasparente. Per Bacco!, adesso l’acqua era limpida e trasparente! Era il segno chiaro, netto, inequivocabile che l’acqua era pronta. Era pronta! E io avevo sete!....avevo sete!

            O.K. Bisognava stappare la bottiglia e mescere l’acqua.

            Oh, non mescere, Buon Dio! Ero solo in casa, come ripeto, e nessuno mi osservava. Potevo benissimo attaccarmi alla bottiglia e lasciarla quando sarebbe stata vuota. Nessuno mi guardava e avanti a nessuno avrei dovuto "usare" la "forma", quindi che bisogno ci sarebbe stato di versare l’acqua in un bicchiere per bere? Ciò sarebbe equivalso a restare insoddisfatto di tutto il mio operato fino a quel momento e, porca miseria!, avevo faticato come un negro, mi ero mandato in gancrena la mano destra e il pollice della mano sinistra e, adesso, che era venuto il momento tanto atteso di godermi in ogni particolare e al massimo il frutto della mia fatica?!.....

            Non mi accorsi di niente. Sentii uno scoppio e temetti che la famosa bomba atomica sovietica da cinquanta megatoni fosse scoppiata proprio in casa mia; quindi, subito dopo, mi giunse una potente deflagrazione proveniente dal pavimento. E’ finita, dissi a me stesso, pensando alla tanto temuta guerra nucleare, e cominciai a pregare mentalmente. Poi, improvvisamente, non accadde più nulla. Silenzio assoluto; "la quiete dopo l’"uragano", pensai.

           


       

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