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“Bar Napoli”
(Il mio quartiere)
Il Bar Napoli, noto, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, come luogo di convegno di quelle donne che, spinte da necessità quotidiane immanenti, prestavano il loro comportamento ad una dissolutezza di costumi con quegli uomini che offrivano loro la risoluzione del loro problema, raccoglie ai suoi tavolini, allineati sul marciapiede, una variegata campionatura di personaggi, esponenti della popolazione locale, e “chiavi” di quelle personalità e di quelle avventure che costituiscono uno spaccato di vita e di storia dagli anni ’50 ai giorni nostri.
I nostri personaggi con i loro difetti, con le loro piccole e grandi miserie, formano il piccolo ritratto di un’Italietta che cerca di reagire nel meno abbrutito dei modi, l’illusione, ai ricordi della guerra, alle piccole e grandi miserie di cui è protagonista ignara o consapevole, e che, ignara o consapevole, si rifugia in queste piccole e grandi illusioni quotidiane che, anche sostituendosi immancabilmente alla speranza, paradossalmente, l’aiuta a vivere e “a tirare avanti”.
La chiave di narrazione ora graffiante, ora impietosa, e poco bonaria, è anch’essa una protagonista di un quadro d’insieme dai connotati amari che nelle sue linee umane e generali, ora induce al pessimismo, ora ad un ottimismo molto blando, di maniera, ma che, pur sempre, nelle sue innumerevoli sfaccettature e, in convivenza con il suo antagonista, il pessimismo, diventa specchio significativo e impietoso di un arco della nostra storia individuale.
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