....il lontano.....West.

 

                                                                

                                                   La prateria sterminata, un cavallo, una chitarra, un fucile; il cow-boy. 

La prateria sterminata, il suo universo; il cavallo, il suo più fedele amico; la chitarra, l’unica, vera compagnia; il fucile, l’unico strumento di sopravvivenza nella giungla selettiva della legge del più forte; punto……..e l’oro?…..uno strumento per dare un senso umano a tutte queste cose e, in questo universo, una donna che aspetta lontano, una bottiglia di Whisky che “aspetta” sul bancone di un “saloon” e…..un obiettivo che si pone nella testa come un ideale da raggiungere ad ogni costo, anche della vita, l’Eldorado, che,….poi….si rivelerà più un’illusione……una chimera…..un miraggio……che altro.

Nello stato della California era stato trovato l’oro!……si; come era stato trovato nel Klondike e nell’Alaska….certo,…..ma……a conti fatti, quelle poche pepite e quelle poche pagliuzze del prezioso metallo che brillavano alla luce del sole o a quella delle lampade a petrolio, rendevano meno del tempo e del lavoro che avevano richiesto per essere trovate e raccolte o estratte, e, poi, dove finivano? In genere nella solita bottiglia di Whisky che serviva a far dimenticare le fatiche occorse per la loro ricerca o nelle solite nottate nei “saloon”, animate dalle donne di mal’affare vestite da ballerine dei balli che, ai primi dell’800, i nuovi scambi commerciali, tra l’Europa e il nuovo mondo, importavano dalla Francia…….e dopo aver fatto una esperienza deludente di questo genere, il cercatore d’oro gettava via il sacchetto vuoto e tornava alla sua terra dove doveva costatare che l’agricoltura e l’allevamento del bestiame e, poi, in un lontano domani, l’estrazione del petrolio, rendevano certo di più anche se i proventi di questi non brillavano al sole come, a loro tempo, le pepite e le pagliuzze d’oro, alla ricerca delle quali lui aveva votato la sua vita.

            L’oro era questo, ma il miraggio del suo raggiungimento dava vita ad un sogno meraviglioso, al tempo stesso, affascinante e terrorizzante, e intriso di romanticismo e di eroismo, al quale era difficile restare indifferenti; …..questo sogno era l’avventura per raggiungere……il lontano…West……

 

 

Le prime luci dell’alba fugarono le tenebre notturne; la grande prateria texana tornò a verdeggiare, sfiorata dal vento del deserto della California.

            Johnny Ritter si destò con l’acre odore della terra bagnata nelle narici; era un odore a lui familiare; era l’odore della prateria, della sua casa.

           Fu subito in piedi. L’aria frizzante del mattino gli massaggiò la pelle del viso abbronzata e indurita anzi tempo dalla vita rude. Un’irsuta e folta barba gli sagomava la mascella possente.

            Si calcò in testa il cappello dalle larghe falde e applicò la sella al dorso del suo animale; quindi prese il fucile, che aveva tenuto accanto tutta la notte, e lo ripose nel fodero della sella. Controllò rapidamente i tamburi delle pistole e, presa la chitarra, appoggiata ad una roccia, montò a cavallo.

            L’alba del Texas è meravigliosa. Il sole si staglia a sprazzi di fuoco dalle boscose colline della Luisiana che si perdono all’orizzonte. Al principio è solo una massa luminosa e informe che cerca disperatamente di evadere attraverso i picchi più alti o le cime boscose più sfolte che, ogni tanto, lasciano fuggire qualche raggio più insofferente; poi, come comincia ad alzarsi, segnando di un bordo luminoso i ricchi banchi di nuvole del cielo della prateria, diventa il sole americano famoso dal nome degli stati su ognuno dei quali esso rifulge di uno splendore particolare. Johnny Ritter spronò il cavallo. Era ora di muoversi; ancora poche ore e il sole non glielo avrebbe più permesso.

            Era una bella bestia il suo cavallo. Il cavallo è l’orgoglio di ogni cow-boy e Johnny era orgoglioso del suo. Sentì la risposta docile al suo comando, il trotto sicuro, leggero. Ricordò che quelle erano le caratteristiche che lo avevano colpito di più in quella bestia, quando la vide sette mesi prima al rodeo di Tuscaloosa. Era il premio per il vincitore. Furono gli occhi di Susy, la figlia dello sceriffo, a fargli vincere la difficile gara.

            Era una mattina piena di sole e a Tuscaloosa si festeggiava la Giornata del Ringraziamento. Al rodeo partecipavano tutti i giovani della contea. Johnny non si era iscritto alla difficile gara credendosi sconfitto in partenza; lui, che aveva fatto sempre l'agricoltore, era sicuro di non essere in grado di affrontare una prova del genere. Osservava, tranquillo, il gioco delle scommesse degli amici, quando gli passò accanto Susy che gli disse:

            Conosceva Susy da bambina; bisognava andarci. Non era solo questione dell’invito degli Starfield, ora c’era di mezzo Susy.

            I cari ricordi gli affioravano alla mente mentre il suo sguardo si perdeva lontano, all’orizzonte dove appena si vedevano le Montagne Rocciose ancora lontanissime. Contornate da opalescenti nubi atmosferiche, si perdevano in un’aria azzurrina e grigia e non si distinguevano quasi, ancora, dalla linea dell’orizzonte. Oltre quelle montagne Johnny avrebbe trovato il suo futuro; ma esse erano ancora molto, molto lontane.

            La mano del cow-boy, massiccia e nodosa, accarezzò, per un attimo, la criniera del cavallo che dava segni di inquietudine; quindi si abbandonò lungo il corpo.
 

            Le più svariate vegetazioni si susseguirono lungo il suo cammino; ora verdi pascoli, rigogliosi sotto il sole, ora aride steppe disseminate di cactus e di macabri resti di bisonti.

           Ormai erano alcune ore che cavalcava senza sosta; cominciava ad avvertire il calore del sole, che, già molto alto, cominciava a picchiare senza pietà.

            Con la mano libera dalle briglie, si sbottonò la camicia fino a metà e si slacciò il fazzoletto che aveva al collo; era intriso di sudore.

            Un’ora dopo il sole martellava minaccioso sugli sporadici cespugli che segnavano il grado di arditezza dei temerari che sfidavano l’arido deserto texano.

            In preda alla stanchezza, Johnny non stette più eretto sulla sella ma assecondò il suo animale nel suo lento, monotono, ritmico, cadenzato passo sul terreno indurito e crepato dalla siccità.

            Con le redini del suo animale in una mano, l’altro braccio gli pendeva abbandonato lungo il corpo. Con quello prese la borraccia agganciata alla sella e tragugiò alcuni sorsi di acqua; gli ultimi. Era acqua che portava con se il sapore del deserto, dell’arido deserto americano, ed era finita, come era finita la vita, in quel posto, pensò Johnny, ma di lì a poco sarebbe giunto al Pecos; e al Pecos l’avrebbe ritrovata. Attorno a lui regnavano la morte e la desolazione. Giganteschi cactus, irti di spine, si innalzavano verso il cielo. Baluardi di un’età remota, essi seguivano il lento trascorrere del tempo con cinico mutismo. Immobili nel sole, le loro ombre si accorciavano lentamente contorcendosi, come in un’atroce sofferenza, sulle asperità del suolo. Sopra di loro volteggiavano, in cerchi concentrici, gli avvoltoi, simili a neri presagi di sventura. Avvistata la preda umana, essi la seguivano pronti a piombarci sopra non appena essa avesse ceduto al deserto.

            La schiena curva sotto il sole, vinto dalla stanchezza, Johnny stava per crollare, ennesima vittima del deserto, quando il cavallo, anch’esso ai limiti della propria resistenza, parve riprendere il suo ritmo con rinnovata energia. Aveva fiutato qualcosa nel sole; che cosa fosse Johnny non lo sapeva ma sentiva che quell’ignoto, in cui lo stava spingendo il suo cavallo, era fonte di vita.

                        Ora il cavallo di Johnny non avanzava più faticosamente, annusando la polvere nella vana ricerca di un filo d’erba, di una pozzanghera di fango in cui sporcarsi le labbra schiumose nella triste illusione di una bevuta ristoratrice; il galoppo sicuro in un crescendo vertiginoso, la testa, alta e fiera, protesa in avanti, la criniera increspata dal vento, esso guardava una macchia scura che si delineava all’orizzonte.

            Una smorfia di commozione torse le labbra arse di Johnny. Guardava anche lui quel punto, quella macchia scura, quella zona verde, lontano avanti a lui; l’agonia era finita.

            Il cavallo volava, adesso, sopra un terreno umidiccio e scuro. Gli sporadici cespugli seccati dal sole e grigi di polvere erano diventati un pascolo verde odoroso di freschezza e di vita; era il Pecos.

            Da tempo immemorabile in cui gli riusciva difficile, ormai, distinguere i vari momenti attraversati e gli avvenimenti che avevano colmato la sua vita, il cow-boy avvertì di nuovo la carezza dell’acqua sul suo corpo. Era una sensazione che aveva dimenticato da tempo; da quando aveva avuto inizio la grande avventura della sua vita.

            Ripensò nostalgico a tutto il tempo trascorso fino a quel momento; a quel tempo, ormai, appartenevano i suoi pensieri e i suoi sentimenti sgorgati liberi nella eterna solitudine del deserto; ad esso, unico e muto testimone di ogni attimo della sua vita e a nessun altro. Esso li custodiva gelosamente nell’eternità.

            I pensieri e i ricordi affluivano copiosi alla mente del giovane mentre l’acqua, scorrendo limpida sul suo corpo, li portava con se in un’avventura senza fine.

            Poco lontano, alla riva, il cavallo si lasciava lambire gli zoccoli; beveva a sazietà.

 

            Il sole giocava con i rami dell’albero, quando Johnny riapri gli occhi. Una bella dormita lo aveva rimesso in sesto; ora si sentiva un altro.

            Furtivamente, alcuni raggi filtrarono attraverso i rami frondosi di un albero; accecato, Johnny strizzò gli occhi.

            Il vento dell’est volava sul Pecos; era una brezza leggera, gradevole. Johnny respirò a pieni polmoni l’aria salubre. Guardò, ancora, il sole che si agitava fra i rami. Susy era con lui, in quel momento; viveva con lui quell’attimo di sogno e di paradiso.

            Susy e lui avevano trascorso un pomeriggio delizioso all’ombra dell’albero; si erano distesi sull’erba e i loro sguardi si erano perduti, attraverso i rami, nel cielo limpido della prateria. Lontano, da dietro la collina, lento, sottile, sempre uniforme, un filo di fumo saliva da un caro caminetto; si dissolveva nell’azzurro del cielo.

            Una macchia di sole mise fine ai sogni di Johnny. Dalla guancia, essa si spostò, lentamente, fin sull’occhio del giovane. Il cow-boy chiuse gli occhi e, istintivamente, sorrise, rotolandosi nella terra umida. In un impeto del suo trasporto, affondò le dita nel terreno e strinse i pugni; un’emozione gli scosse tutto il corpo. Fu come se l’anima di Susy gli si comunicasse attraverso quel contatto con la natura.

            Entro breve tempo avrebbe dovuto lasciare quella terra brulicante di vita; avrebbe dovuto riprendere il suo folle cammino verso l’ignoto, verso un futuro al quale, forse, nemmeno lui stesso credeva.

            Per un attimo la disperazione lo assalì; la sfiducia in se stesso lo travolse. Quanto tempo ancora avrebbe potuto resistere? Guardò lontano, verso il confine con il New-Mexico; la prima catena delle Montagne Rocciose si intravedeva quasi all’orizzonte; ma quali immani sacrifici avrebbe richiesto il suo valico? Quante difficoltà avrebbe dovuto incontrare e quante avrebbe dovuto affrontarne e superarne?

            Le Montagne Rocciose si estendevano per migliaia di miglia; erano rese quasi impenetrabili da innumerevoli ostacoli naturali. Non pochi erano coloro che, nel vano tentativo di conquista, vi avevano lasciato la vita.

            Minutissime goccioline sulla fronte di Johnny rifletterono la luce del sole in piccoli, tremolanti bagliori e furono testimoni muti dell’enorme travaglio che attraversava il suo spirito ad una considerazione del genere. Imperlato dal sudore, il viso del giovane si corrugò nella previsione di qualcosa di terribile; scrutò un destino costellato di difficoltà che un uomo solo e un cavallo non avrebbero potuto superare.

            Ricordò tutto il cammino fatto fin ad allora; molta strada aveva percorso ma moltissima ancora gli rimaneva da farne.

            Una grave alternativa si presentò a Johnny; continuare la strada, affrontarne i pericoli e le difficoltà o fare ritorno alla sua terra, luogo di cui sentiva tanto la nostalgia, e continuare la sua vita semplice e tranquilla? In un attimo di compenetrazione, Johnny analizzò se stesso. Guardò lontano avanti a se; il profilo delle Montagne Rocciose si snodava imperfetto nel cielo e costituiva una linea di sbarramento tra lui e la California, quasi un destino avverso contro il quale lui, l’uomo, doveva lottare per vincere e per sopravvivere. L’affrontamento della catena montuosa era l’ultima prova a cui l’immenso territorio che divideva l’Ovest dall’Est, sottoponeva l’uomo e questo significava una cosa sola, o superamento, o morte, oppure Johnny sarebbe tornato indietro e sarebbe stata la rinuncia…..la rinuncia! La parola riecheggiò con tutta la sua durezza e la sua drammaticità nel cervello di Johnny……la rinuncia!…..no!…... Rinunciare adesso avrebbe significato abbandonare l’impresa; sarebbe stata vigliaccheria,……. vigliaccheria! La parola gli martellò nel cervello al pari della rinuncia e le tempie gli pulsarono impazzite. …..no!…. no!…… vigliaccheria, no! Piuttosto la morte, se questo era il suo destino.

            L’uomo aveva preso la sua decisione. Dopo un ultimo sguardo al luogo per imprimerne il ricordo nel cervello Johnny spronò la sua cavalcatura. Come se anch’essa non volesse abbandonare il luogo dove aveva ritrovato la vita, la bestia mosse indecisa pochi passi verso il fiume; sostò qualche istante alla riva; agitò la testa, nervosa, insofferente; gli zoccoli scalpitarono nell’acqua. Johnny affondò gli speroni nei suoi fianchi, essa accusò il colpo, riacquistò la calma. Allora Johhny le accarezzò a lungo la criniera e il collo muscoloso.

            Al guado il cavallo ebbe un altro momento di esitazione ma un’altra carezza del padrone lo convinse, definitivamente, ad avanzare.

            Il sole cominciava a calare; la giornata era rinfrescata dal vento. Non più torrida e soffocante come la mattina, essa rendeva il cammino più agevole, più veloce.

            Ben presto la verde valle del Pecos fu solo un bel ricordo; un attimo di fantasia in cui riposare la mente.

            Poco dopo Johnny si lasciò alle spalle anche il confine del Texas e si inoltrò nel territorio del New-Mexico. Una giornata di cammino lo separava ora dalla prima catena delle Montagne Rocciose.

            Il cow-boy spronò il cavallo. La savana messicana accolse presto il pioniere. Miglia su miglia furono superate senza troppa difficoltà. Dopo alcune ore di cammino, stanco dell’andatura molto sostenuta che aveva tenuto, Johnny tirò le redini; il cavallo si fermò.

            Il giovane pioniere assestò la sua posizione sulla sella e, con una mano, si tirò dietro il cappello; quindi guardò lontano avanti a se.

            Il sole ammiccava all’orizzonte; lontano, la cresta delle Montagne Rocciose era incendiata da una opalescenza di fuoco; un rosso acceso avvolgeva i grandi banchi di nuvole del cielo della prateria. Johnny guardò estasiato quello spettacolo della natura. Stette alcuni istanti immobile, con lo sguardo perduto lontano; poi riprese il cammino. Ancora qualche miglio e si sarebbe accampato per la notte.

            Alle prime ombre della sera Johnny si fermò ed, erettosi sulla sella, scrutò in lontananza; da dietro le montagne il sole effondeva un debole chiarore; in tutto il cielo blu brillavano le stelle. Alta, sopra un collina, la luna ispirava ululati funebri ai coyotes; questi tentavano di riportare in vita lo spirito selenita di Jane Calamity.

            Nel loro ululato sembrava che essi dessero vita ad una misteriosa, sconosciuta dimensione in cui lo spirito del leggendario Pecos Bill si agitava senza pace e gemeva il suo amore perduto.

            Richiamato da quel pianto disperato, lo spirito di Jane accorreva libero in un’atmosfera celeste. Allora i coyotes sembravano avvertire qualcosa di incorporeo e di immenso; una forza misteriosa che li portava l’uno accanto all’altro. Con passi incerti, guardandosi attorno, con circospetta ferocia, essi si radunavano in un unico coro notturno perchè i loro ululati, riuniti e all’unisono, non spezzassero l’incanto lunare.

            Sceso da cavallo, Johnny si dispose a passar la notte al riparo di un albero. Incrociati dei rami secchi sul terreno, accese un fuoco sul quale scaldò delle provviste che mangiò; poi si preparò del caffè.

            Stanco, seduto sotto quell’albero, solo nella prateria, il pensiero gli volò lontano. Il ricordo di una modesta casetta di legno, dove un caldo focolare domestico era sempre acceso, si affacciò più vivo che mai alla sua mente.

            Laggiù, in quella casa situata in mezzo alla campagna, fra il mormorio delle fronde e il cinguettio degli uccelli, fra le terre da coltivare e gli armenti da governare, lo attendeva, fedele, Susy.

            

            Da quel giorno Johnny aveva visto infinite volte il sole sorgere, levarsi all’orizzonte e tramontare; gli zoccoli del suo cavallo avevano calpestato innumerevoli zolle di terreno, infinite sterpi del deserto.

            Quanto tempo era trascorso? Johnny non lo ricordava più; la sua mente si perdeva nel tentativo di farlo. Ricordava solo Susy e ciò bastava. Susy era l’unico scopo della sua vita; la sua vita stessa.

            Gettò via un ultimo sorso di ciò che stava bevendo e stette alcuni istanti con lo sguardo perduto nel buio della notte. Guardò il cielo, il cielo nero, puntellato di stelle. Alcune luccicavano molto, altre si vedevano appena. Ogni tanto la notte era destata da un lungo ululato dei coyotes.

            Nella grande solitudine della prateria un’unica cosa gli teneva compagnia, la chitarra; la prese. Spontaneamente riecheggiò, fra le sue labbra un’antica ispirazione nostalgica:

 

o     Oh Gran Dio della Prateria!

o     Che sei il mio Dio,

o     Accogli la mia preghiera,

o     La preghiera di uno schifoso serpente del deserto.

 

o     O Gran Dio della Prateria,

o     La giù nell’est ho lasciato il mio amore;

o     E’ un angelo dagli occhi color del tuo cielo

o     Ed ha una lunga chioma d’oro.

 

o     O Gran Dio della Prateria,

o     La vita mi porta lontano,

o     Ma ella è sempre nel mio cuore

o     E ad esso da la forza di sopravvivere.

 

o     O Gran Dio della Prateria, la vita mi porta lontano.

o     Fa’ che per quanto lontano le sono ora,

o     Tanto vicino le sarò in futuro.

            

            

            Nella notte un’invocazione accorata fu accompagnata dall’ululato dei coyotes; era il canto malinconico e disperato di un uomo che inseguiva un sogno,…. il lontano…..West…...

 


 

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