Il mago delle tenebre 

 

Ero ancora giovane e dedito a belle speranze quando cominciai a sentire irrefrenabile il richiamo, l’attrazione, l’interesse per l’inestricabile, il mistero, e, in procinto di intraprendere gli studi universitari, la scelta mi si impose d’obbligo; psichiatria. Perché psichiatria? Anche la fisica, l’astronomia, la chimica presentavano aspetti misteriosi….si, …..certo….ma, questi, per quanto misteriosi fossero, erano, comunque, oggetto di pratiche dimostrazioni scientifiche che, qualche volta, permettevano la comprensione dei loro concetti anche alle capacità intellettive dei meno dotati; il cervello umano, invece, no; non concedeva questa facoltà. Le patologie del cervello umano e della psiche, presentavano, nelle loro manifestazioni, una imprevedibilità che faceva del mistero, uno dei loro aspetti più consueti e sistematici….per questo la psichiatria rappresentava allora, e la situazione non era cambiata al momento in cui redigevo queste righe, la scienza del mistero per eccellenza; non esisteva in natura, infatti, nella quale dimensione, dal microscopico al macroscopico, è tutto un orologio, e, nella quale, in assoluto, tutto è analizzabile e dimostrabile alla luce della matematica, un altro “mondo” dai valori e dai comportamenti tanto variabili e, nella patologia, tanto imprevedibili e, all’apparenza, assurdi, che fosse possibile paragonare al cervello umano. Come fui entrato, quindi, nella certezza di questo concetto, la scelta, ripeto, mi si impose d’obbligo.

Dall'istante che ho qui definito, in poi, il mistero mi ha affascinato sempre di più e mi ha affascinato specialmente quando mi si è presentato sotto quelle forme di natura micro-biologica, apparentemente insondabili e interdette alla indagine scientifica, delle quali, a causa di questa condizione, si stentava a leggerne intellettivamente e scientificamente i fenomeni e la veridicità espressa o presentata, e che tracciavano, in modo insospettabile e, all’apparenza, assurdo, e quasi al di fuori della comprensibilità scientifica, intellettiva e clinica, alcuni aspetti della mente umana, non completamente allineati ai parametri normali e, da questi, alcuni aspetti, specificamente comportamentali, dei pazienti, clinicamente anomali ma, paradossalmente, spontanei e senza i sintomi della patologia. L’argomento in oggetto è tanto complesso e profondo e, allo studio, si presta ad una tale molteplicità di interpretazioni, di conclusioni, di spiegazioni empiriche, di dimostrazioni pratiche, da rinchiudere lo specialista che ne affronta la penetrazione, in un tale labirinto di supposizioni, di deduzioni e di considerazioni, che hanno come ambito di movimento l’assurdo e il reale, in egual misura, che chi non è più che rodato a portare avanti indagini medico-analitiche specialistiche di questo genere, vi rinuncia con notevole facilità e con altrettanto sollievo; ma quello che funziona da molla propulsiva per l’affrontamento della materia che, in questa dimensione, ha diritto alla definizione di “campo scientifico” a pieno titolo, è il mistero e il mistero, in questo campo, in questa facoltà, è un assoluto; o lo si affronta, o non; o lo si assume come nostro cibo intellettivo quotidiano, quasi un elemento di sostentamento per la dimensione di studio del nostro cervello in questa facoltà, o cambiamo argomento, facoltà, e quindi cibo intellettivo e, al nostro cervello facciamo mangiare altro, ed esso cessa di esistere, scompare, dagli orizzonti dalla nostra personale dimensione operativa; non esiste una via di mezzo o una situazione intermedia; e quando una persona si trova impegnata in questa dimensione scientifica, il mistero, apparentemente antitesi della scienza e della ragione, innanzi tutto la fa da padrone, e poi, quando questa meno se lo aspetta, si fonde alle scienze più esatte e spinge chiunque lo studia e ne resta affascinato, a penetrare nei suoi meandri inaccessibili in dimensioni diverse e inaccessibili, in modo particolare, quando questi prendono, anatomicamente, l’aspetto delle circonvoluzioni cerebrali, ambito nel quale esso si muove; è nell’oscurità scientifica di queste particolari formazioni neurologiche, oscure e affascinanti allo tempo stesso, che si consumano le più incredibili e le più assurde avventure della patologia psichica ed era questa la materia che io rincorrevo quando, con grande trasporto, decisi, senza indugio, di “abbracciare” lo studio della psichiatria.

Non avevo preso lo studio della psichiatria come un gioco, come un puzzle o, ancora, come un rompicapo per far fare ginnastica al cervello o come un mosaico da comporre e da scomporre, a secondo dei casi, e, tanto meno, avevo preso i testi e i trattati della facoltà, come romanzi da leggere prima di addormentarmi, anzi….ero perfettamente consapevole della gravosità della natura e delle difficoltà di affrontamento delle situazioni di fronte alle quali mi avrebbero fatto trovare quegli studi che, in tutta libertà, avevo scelto, ed ero perfettamente consapevole dell’impegno intellettivo e temporale che esse mi avrebbero richiesto e delle grandi assurdità cliniche di fronte alle quali mi avrebbero fatto trovare allorquando mi sarei trovato ad esaminare i pazienti che, per loro disgrazia, si trovavano a “navigare” nelle misteriose alterazioni e patologie della loro psiche, la natura delle quali ancora sfuggiva alla scienza ufficiale della quale io, nonostante questo aspetto della situazione, aspiravo ad essere, mi preparavo ad essere e professionalmente già ero, adesso, da studente, convinto assertore, sostenitore ed esercitatore non ché esponente, ma era tale il trasporto intellettivo e creativo che sentivo per esse, e che una scelta del genere richiedeva, che non avevo avuto alcun indugio o dubbio nell’”abbracciare” questo campo. Si; ero perfettamente consapevole di questi aspetti del campo in cui ero voluto entrare, e in cui ero entrato, con grande entusiasmo, ed ero anche perfettamente consapevole, avevo previsto, che avrei avuto le mie difficoltà ad affrontare e a dominare e, nei limiti impostimi dalla scienza ufficiale, di cui ero già, a tutti gli effetti, un convinto sostenitore, a risolvere i casi clinici che, nel suo ambito, mi sarebbero stati sottoposti, situazioni complesse e composite previste anch’esse già in partenza, non appena mi si era resa nota….palesata, la realtà di questa scienza che si celava dietro la goliardica e brillante facciata di un corso di studi universitari; tutto avevo previsto, perché tutto ero riuscito a vedere come prevedibilissimo, ma non avevo previsto l’imprevedibile in assoluto. Il semplice fatto di essere stato consapevole, fin dall’inizio, di trovarmi, un giorno, di fronte all’imprevedibile, infatti, già mi aveva fatto escludere razionalmente che mi fossi potuto trovare di fronte ad un’imprevedibile che non avessi potuto prevedere ma, ad una attenta riflessione, dovei ammettere che, razionalmente, il mio ragionamento non poteva essere considerato uno strumento scientifico operativo assoluto per l’affrontamento dello studio della realtà fenomenica di quella facoltà, anche se ne conteneva i termini a livello filosofico; non poteva esserlo perché esisteva un imprevedibile la cui possibilità di verificarsi sfuggiva a questa capacità previsionale e a tutte le previsioni intellettive e, avanti al quale, mio malgrado o fortunatamente, in qualche modo mi sarei potuto trovare e quando ciò avvenne, tale evento fu il fautore dello scardinamento di tutti i ragionamenti che avevo fatto in merito, nel passato recente e remoto, e che investivano, in egual misura, tutti i concetti che avevo preso in esame sulla possibilità di prevedibilità delle patologie in un campo che interessava il cervello umano in tutta la sua misteriosità e complessità.

Da che cosa era dato questo “imprevedibile” al di fuori dei confini della prevedibilità? È impossibile rispondere a questa domanda perché essere in grado di dare questa risposta significa essere in possesso della risoluzione dei tanti problemi della psichiatria; ma se tale era la dimensione della risposta, non altrettanto si può dire del caso verificatosi e da me vissuto, che ancor oggi, al ricordo, mi da i brividi, ma i cui connotati micro-biochimici, soprattutto, ancor oggi, oggetti di studio, danno luogo a oscure considerazioni sulla natura del fenomeno mai giunto ad identificazione e che, ancor oggi, a più decenni di distanza, è ancora racchiuso in quel fitto e oscuro mistero in cui sono racchiusi ancora, i più nascosti meandri in cui si muovono il cervello e la mente umani. Oggi, a distanza di molti anni da quell’avvenimento, rivivo nel ricordo l’incredibile avventura, di cui fui protagonista-spettatore, nei tempi a cavallo tra la conclusione dei miei studi e i primi anni della professione e, ancor oggi, nella dimensione dei miei ricordi, rileggo quella straordinaria avventura in una deformazione confusa tra il sogno e l’incubo o tra l’incubo e l’allucinazione e, sulla traccia di queste sensazioni, che essa ha ancora il potere di generare, per darvi la giusta consapevolezza di quale fosse la realtà della dimensione in cui mi trovai a muovermi, vi narro la straordinaria avventura di cui fui protagonista e testimone oculare.

            

Ero ancora studente, in quel tempo; prossimo alla laurea in psichiatria. Assieme ad un collega di università desideravo trovare un luogo tranquillo dove trascorrere gli ultimi mesi di studio, onde poter usufruire di tutta la nostra concentrazione e tutta la nostra energia per portare a termine la fatica finale.

A volte, nelle piccole pause delle nostre lunghe nottate sui libri, il mio collega, per una naturale reazione alla vita piuttosto sacrificata che era costretto a condurre a causa dello studio, aveva l’abitudine di perdersi in romantici sogni ad occhi aperti e spesso la sua mente si perdeva in lontani luoghi silvestri, nascosti al resto del mondo da montagne e da boschi; egli, infatti, era un amante della natura più selvaggia.

Spesso, in queste pause di studio notturno, gli sentivo nominare, con costante frequenza, un luogo, “Valle Felice”, la cui esistenza io avevo annoverato sempre fra quelli partoriti dalla sua fantasia; "Valle Felice" rappresentava il suo più alto e perfetto ideale di vita.

Una notte, dopo interminabili ore di studio, lasciammo che la nostra mente si riposasse un po’ e, senza che ce ne accorgessimo, cominciammo a riflettere entrambi sull’argomento che proprio quella notte stavamo studiando, "Gli effetti che una certa atmosfera di ambiente può avere sul rendimento della mente umana sottoposta ad un lavoro continuo, impegnativo e logorante.” Giungemmo alla logica conclusione unanime che, per ogni attività in cui si richieda concentrazione mentale e impegno intellettivo costante, l’individuo deve essere circondato da condizioni ambientali o atmosfere tali che non gli comunichino stati d’animo che lo distolgano o, quanto meno, lo distraggano dal lavoro che in quel momento deve svolgere. 

- Ma è il caso nostro! - esclamò, improvvisamente, come illuminato, il mio collega, dopo un attimo di meditazione - Come vuoi continuare a studiare in questa atmosfera? – e concluse - Ci verrà, certo, un esaurimento. –

- Hai ragione, vecchio mio! - gli risposi e, per schernirlo cameratescamente, gli regalai una poderosa pacca su una spalla e continuai - Sai che c’è di nuovo? Ce ne andiamo a "Valle Felice", così lì potremmo prepararci agli ultimi esami in assoluta tranquillità e con tutta la nostra concentrazione.

- Hei ! - esclamò lui, dopo alcuni istanti, come se valutasse la reale possibilità della mia proposta - l’idea non è cattiva! –

- Sei pazzo o stai scherzando?- gli chiesi a questo punto, anche un po’ alterato, guardandolo fisso negli occhi, per cercare di comprendere che cosa gli girava realmente nella testa. - Dobbiamo curarli i pazzi, noi, non diventarlo; comunque sia, piantala e riprendiamo a studiare che gli esami non aspettano le nostre divagazioni mentali. –

- Non sono pazzo né sto scherzando, amico mio! - mi rispose lui tutto eccitato - "Valle Felice” è il luogo dove ho trascorso i migliori anni della mia vita! –

 

 

"Valle Felice" era un paesino molto grazioso e tranquillo, proprio come me lo aveva descritto il mio collega. Circondato da un folto bosco da una parte e da un catena di montagne dall’altro, traeva il proprio benessere dall’agricoltura e dalla produzione del legname di cui il bosco era molto ricco. La naturale presenza del legname favoriva, tra l’altro, anche un fiorente artigianato locale.

L’atmosfera di distensione che regnava nel paese era proprio ciò di cui avevamo bisogno. Ci insediammo in quel posto meraviglioso e portammo a termine gli studi.

Dopo la laurea il mio collega partì incontro al suo futuro ed io, innamoratomi del luogo, decisi di posticipare la mia partenza di qualche giorno.

Chi amava la vita tranquilla e semplice trovava, in quel paese, il proprio ideale. In ogni stagione la terra donava all’uomo ciò che di meglio offriva la natura. Dalle cime eternamente nevose delle montagne scendeva a valle un torrente fresco e cristallino che irrigava la campagna. Un campo di grano immenso era immerso nel sole e cullato dal vento. Non vi era una sola casa che non fosse circondata dal verde e dai fiori.

 

Malvolentieri, un giorno, decisi anch’io che era tempo che lasciassi quel luogo di incanto e di felicità incontrastata perché bisognava che, anch’io, andassi incontro al mio avvenire altrimenti avrei rischiato che esso mi avrebbe abbandonato ancor prima di incontrarmi. Uscito di casa per raggiungere la corriera e, con essa, prendere la strada del ritorno, notai una strana animazione tra la gente del luogo. Informatomi molto sommariamente dagli abitanti del luogo su che cosa accadesse, seppi che, quel giorno era arrivata nel paese, anch’essa attirata dalla fama del luogo e proveniente da molto lontano, una persona molto importante, un musicista, un professore di tromba che aveva bisogno, come era stato per me e per il mio collega, di molta pace e di molta tranquillità, per ritrovare la sua migliore e feconda vena ispirativa, forse consumata dalla frenetica vita cittadina, e per preparare nuove e sublimi composizioni. L’abitazione in cui si era sistemato era la casa sita all’estremo limite dell’unica strada del paese; un posticino molto tranquillo da cui si godeva una splendida vista ispiratrice delle colline circostanti e di tutto il paese nella sua estrema e meravigliosa semplicità.

Alcune nuvole temporalesche, apparse improvvisamente nel cielo, e che preannunciavano la fine della vecchia stagione e l’inizio della nuova, mi esortarono a raggiungere presto la corriera ed accelerare i tempi della mia partenza. Poco dopo l’ultima immagine felice di quel luogo di sogno scomparve alla mia vista oscurata da una densa nuvola di fumo nero della corriera; poi “Valle Felice” passò ad appartenere alla dimensione dei ricordi mentre io dovei inseguire necessariamente quella della professione.

"Valle Felice" continuò a vivere nel mio ricordo ancora per qualche tempo; poi, assorbito dalla vita professionale, la dimenticai. Passarono così molti anni. Un giorno mi trovavo in una clinica psichiatrica dove ero stato chiamato per un consulto. Era un periodo, quello, in cui, fra gli specialisti del ramo, si discuteva un problema di scottante attualità, l’insorgenza di alcune specie di aberrazioni mentali, di cui, negli ultimi tempi, si era registrata una altissima recrudescenza di casi; io, per l’appunto, fra gli altri, stavo conducendo particolari ricerche scientifiche sull’argomento in questione allo scopo di trovare, al fenomeno, una spiegazione che tendesse a chiarire le cause patogene primarie che lo generassero, e, conseguentemente, a studiare un trattamento terapeutico che le eludesse o le combattesse. Stavo attraversando, in gran fretta, una corsia della clinica, per raggiungere il paziente che dovevo visitare, quando, nel mio veloce passaggio, colsi alcune parole della conversazione di due colleghi medici ai quali passai vicino, che si persero subito nello spazio che aumentava fra me e loro.

 

·                   -  ......ma…..dicono che si verificano cose incredibili a "Valle........-

 

Nell’urgenza di raggiungere il mio paziente, non feci caso a quelle loro parole che si persero dietro di me lungo la mia strada; anzi, preso dai miei impegni, dimenticai addirittura il caso di averle captate e dopo che ebbi visitato il mio paziente, non ci pensai più per tutta la giornata ma, a sera, ritiratomi nel mio studio, dove da più settimane vari trattati sull’argomento sul quale dovevo condurre le mie ricerche, giacevano, in attesa di essere consultati, improvvisamente mi colsi a ripensare, come, del resto, accade spesso nella nostra professione, a tutti i casi incontrati ed esaminati all’ospedale durante la giornata, e, altrettanto improvvisamente, mi risuonarono nel cervello le parole giuntemi di sfuggita dai due colleghi ai quali, percorrendo la corsia a grandi passi, ero passato vicino. Mi sentivo addosso la stanchezza di una lunga giornata di lavoro e la vista del lavoro che mi attendeva contribuiva ad incutermi un senso di abbattimento e di depressione, ma il riecheggiare nel mio cervello di quelle parole “…..ma dicono che si verificano cose incredibili a Valle…..”, con il completamento del nome del luogo, percepito solo per metà e di sfuggita, in "…..Valle......Valle….Valle Felice!....", mi fece tornare di nuovo e incredibilmente tutte quelle energie che non credevo più di avere……possibile che la dimensione in cui si muoveva quel paesino che avevo conosciuto tanti anni prima come luogo in grado di trasmettere una felicità illimitata, era diventato il focolaio delle cause patogene che stavano all’origine delle aberrazioni mentali che erano allo studio? Non sapevo dare una risposta ma la cosa più drammatica della situazione, forse, non era nemmeno questa, ma che psicologicamente mi rifiutassi, non di darla, ma di ammetterne la possibilità. A quel punto, in tale situazione psicologica, sedutomi alla scrivania, con quel nome e quell’interrogativo che mi martellavano il cervello, cercai di concentrare il pensiero sul lavoro di ricerca che dovevo portare avanti, ma quella frase, che avevo sentito ai miei colleghi e che ormai avevo completata, martellandomi il cervello, prese a non darmi più tregua. Le idee, le considerazioni e le ipotesi sulle patologie allo studio, cominciarono a rincorrersi, nel mio cervello, le une con le altre e, sotto forma di immagine psicologica, avanti ai miei occhi, in un andirivieni convulso di cui non vedevo la logica, i punti di partenza e quelli di arrivo; tutto era racchiuso in un insieme informe in movimento disordinato e, se vogliamo, convulso e sconclusionato, in cui sentivo che doveva esserci un filo conduttore e una logica chiarificatrice, anche se apparentemente nascosti e che dovevo arrivare a districare….a “vedere” e a portare in evidenza, quando, seguendo la frase che mi risuonava continuamente nel cervello, mi balenò nel cervello un’idea non originalissima e nemmeno geniale ma che, comunque, dal punto di vista pratico, poteva dimostrarsi valida e utile per fornirmi una “chiave” di lettura sui fenomeni che stavo studiando e per permettermi di giungere ad una tesi e portare a compimento il lavoro cui mi stavo dedicando, e fatalmente e incredibilmente, proprio in virtù di questo progetto, che aveva fornito già una ipotesi di soluzione, l’oggetto delle mie ricerche aveva cominciato ad assumere quella forma logica, che mi avrebbe consentito di portare avanti e forse di concludere le ricerche di cui mi stavo occupando. Quale poteva essere, quindi, il mio disegno o programma? Invece di basarmi su casi clinici, certamente validi, come punti di riferimento, ma che erano contemplati solo dalla sperimentazione, e che, anche se erano annoverati su tanto di trattati scientifici, il che significava che, nel bene o nel male, nella branca medica sull’argomento, avevano fatto la loro storia e avevano detto quanto era in loro potere “dire”, e, quindi, che proprio per questo, pur fornendo una dimensione reale delle patologie, restavano, pur sempre, dal punto di vista clinico, solo esempi e considerazioni di base esclusivamente accademica, e, forse, qualche volta, anche superati e la cui validità poteva essere considerata solo, ripeto, dal punto di vista di punti di riferimento, se avessi basato le considerazioni, le deduzioni, e se vogliamo, le convinzioni e le tesi delle mie ricerche su sistemi di rilevazione, con tutto il rispetto per gli scienziati che avevano redatto tanto di trattati, empirici, vale a dire facendo riferimento a casi anche se sconosciuti, ma, dal punto di vista clinico,"nuovi" e reali, vale a dire, appartenenti alla realtà corrente, immediata…..immanente…. e non ancora oggetto di indagine scientifica, come per l’appunto, potevano essere considerati quelli che si stavano verificando in quel momento a “Valle Felice”, e sulle nuove condizioni ambientali del luogo in cui essi si verificavano, che erano certamente cambiate da quelle di tanti anni prima, e che erano alla base di ciò che stava accadendo nel momento attuale, certamente avrei raccolto del materiale interessante e costruito le basi per un orientamento di un indirizzo terapeutico molto più validi scientificamente che tutto ciò che poteva scaturire dalla semplice teoria metodologica basata su conclusioni su casi superati. La mia tesi, inoltre, era sostenuta e dimostrata dal fatto che i casi contemplati a livello accademico, avevano esaurito una dimensione della scienza che, da un certo punto in poi, si dichiarava impotente a fronteggiare diversi aspetti nuovi e apparentemente sconosciuti nelle loro anomalie che emergevano dalle profondità ancora molto misteriose di una psiche che presentava aspetti patologici. Condotto, quindi, da tale idea, e, con le parole che avevo sentito casualmente durante la mattina, ai due colleghi, che, continuavano a riecheggiarmi nel cervello, decisi che le ricerche, che avevo avuto l’incarico di condurre, e dalle quali la "scienza si aspettava da me una risposta", dovevano essere condotte su elementi vivi e situazioni attuali, e sulle condizioni ambientali che avevano determinato l’insorgere delle patologie oggetto delle ricerche, altrimenti esse non avrebbero avuto più alcun significato.

“......ma ….dicono che si verificano cose incredibili a "Valle......Valle.......Valle Felice!......”- conclusi ancora, in me stesso, per una sorta di conferma della validità della decisione che mi era venuta spontanea sulla base della mia intuizione, scandendo mnemonicamente tutta la frase, giuntami frammentata e appena in un sussurro mentre correvo incontro ai miei pazienti. "Valle Felice!...." ricordai subito…..il meraviglioso paesino in cui avevo portato a termine i miei studi!..... quanti anni erano passati! Mi tornò il ricordo dell’ultimo periodo di studi condotto nella grande pace della campagna; le allegre scampagnate con le ragazze del paese nei giorni di festa; le stravaganti bevute con il collega di studi a conclusione di ogni esame; una romantica promessa fatta in riva ad un ruscello, e mai mantenuta....... Partendo, quel lontano giorno, avevo promesso a me stesso che, appena mi fossi sistemato professionalmente, sarei tornato in quel paese di sogno a trascorrere qualche periodo di vacanza, ma, assorbito dalla professione, avevo perfino dimenticato l’esistenza di quel luogo incantato. Adesso il nome di Valle Felice tornava di attualità non come l’antico paesino primitivo e tranquillo, la cui atmosfera era l’ideale per chi volesse rilassarsi dal continuo logorio della traumatica vita moderna, ma come un luogo, stentai a crederlo, sepolto nelle più nere superstizioni; un luogo che moriva di un’agonia lenta e misteriosa e dovei concludere che, senza alcun dubbio, lì avrei trovato abbondante e prezioso materiale per le mie ricerche di psichiatria per cui, trasportato dalla presa di consapevolezza di questa eccezionale possibilità che, fatalmente, non che gratuitamente, mi veniva incontro, quella sera stessa, decisi che la base operativa delle mie ricerche nella materia sarebbe stata “Valle Felice” e che, non appena gli impegni in corso me lo avessero concesso, mi sarei recato nel luogo.

 

 

Il bosco che circondava un lato del paese era cresciuto a dismisura…..spaventosamente…. diventando una intricata e terrificante foresta. Teneri arbusti di un tempo erano diventati grossi tronchi dalla corteccia rugosa che si arrampicavano attraverso tutta la vegetazione contorcendosi e avviluppandosi gli uni con gli altri in una specie di lotta per la sopravvivenza mentre stretti sentieri di erba, dalle cui viscere saliva un stimolante odore di selvatico, erano scomparsi, invasi da ogni specie di erbacce che si soffocavano fra loro combattendo una lotta disperata per contaminare il terreno.

Attraverso la vegetazione, cresciuta a dismisura, era pressoché impossibile scorgere la luce del giorno; sotto gli alberi regnava una notte eterna.

Un acuto e denso senso di nausea, di ribrezzo per tutte le cose, si avvertiva, oserei dire psicologicamente mentre si attraversava questa foresta e questa sensazione si accentuava quanto più ci si avvicinava al paese, quasi come se una forza misteriosa si sprigionasse dalle viscere della terra per mantenere lontano dal luogo ogni essere vivente.

Con una eccezionale forza di volontà riuscii a vincere la disgustosa sensazione che provavo e raggiunsi il margine della foresta. A fatica superai gli ultimi metri di folta vegetazione che mi avviluppavano la persona, simili a mille tentacoli mortali, e uscii all’aperto.

L’attraversamento della foresta mi aveva spossato. Posai sul terreno ai miei piedi lo zaino che avevo con me, contenente tutto ciò che poteva servirmi per emergenze e interventi vari e sostai un attimo, in cui credei di cadere vittima della stanchezza; poi, in preda ad una violenta emozione, alzai lo sguardo. Rimasi esterrefatto; non credevo ai miei occhi. Era giorno pieno ma un grigiore plumbeo e pesante dominava su tutto il luogo. Lo stordimento della fatica non mi impedì di rendermi conto della straordinaria metamorfosi subita dal paese in tutti quegli anni. Non più il paesello ridente, spensierato, felice di vivere, si presentava ai miei occhi, ma un cumulo di macerie, scheletri di un’età remota, che il tempo continuava a distruggere inesorabilmente con feroce malvagità.

Ansante, raccolsi di nuovo lo zaino e mi diressi verso la prima costruzione che si presentò avanti ai miei occhi; in quel momento non avevo assolutamente la forza di cominciare le mie ricerche, ma solo il desiderio di trovare un luogo dove innanzitutto potessi sistemarmi in previsione di un lavoro non breve, e poi dove potessi riposarmi un po’ per recuperare le forze, perciò rimandai l’inizio del nuovo lavoro al giorno successivo.

Avvicinandomi alla spettrale costruzione che avevo scelto per mia dimora provvisoria, attraversai quella che, una volta, era una ridente strada del paese e che adesso, era coperta, da ogni sorta di sudiciume che, ormai, era evidente, nessuno pensava più a togliere; pochi istanti più tardi fui pervaso da un tale senso di ribrezzo verso tutto ciò che mi circondava che mi sentii contaminato dall’atmosfera che dominava sul luogo.

Poco dopo raggiunsi la casa. Come in stato ipnotico aprii del tutto l’uscio i cui cardini, completamente arrugginiti, cigolarono sinistri nella solitudine e nel silenzio; dell’interno restava ben poco; i muri non esistevano quasi più e il tutto era ridotto ad una stanza, con l’intonaco più a terra che sui muri; un enorme buco nel soffitto immetteva al piano superiore per mezzo di una scala a pioli mezza sgangherata e visibilmente fradicia.

A questo punto, animato da una grande curiosità che mi aveva fatto dimenticare, per un momento, tutta la stanchezza che fino a poco prima mi aveva torturato, cominciai ad avanzare guardingo e circospetto nel suo interno.

Improvvisamente un rumore che risuonò alle mie spalle mi fece trasalire. Istintivamente mi voltai assumendo, nel contempo, una posizione difensiva dettata più dal mio istinto di conservazione che dalla reale esistenza di un pericolo. Ebbi appena il tempo di guardare; rimasi impietrito. Immerso nella grigia oscurità, schiacciato contro la parete priva dell’intonaco, un uomo dall’aspetto macilento, invecchiato e sofferente, con gli occhi sbarrati, mi osservava con sguardo vuoto mentre tutto il suo corpo era agitato da un tremito convulso. Era coperto di cenci sporchi di escrementi di ogni genere, tenuti assieme da pezzi di spago annodati in più punti; sotto tali cenci affioravano l’inizio e la fine delle sue ossa; tutto il suo corpo era un susseguirsi di spigoli e spuntoni.

Non tardai molto a capire che il pover’uomo soffriva di una forma neuropatica che rasentava la pazzia.

Il suo tremore aumentò tanto in pochi istanti che io stesso, abituato all’osservazione di patologie del genere, temei imminente l’improvviso arrivo di un collasso, e mi meravigliai non poco della straordinaria resistenza dell’uomo. Improvvisamente questi parve raccogliere tutte le sue forze; alzò le braccia; fece per muoversi ma cedette. Gli occhi gli si voltarono nelle orbite; barcollò sui due piedi, perse l’equilibrio, urtò contro il muro d’angolo; quindi si piegò su se stesso e stramazzò al suolo con tonfo sordo.

Per un attimo temei che fosse morto o che, in una ipotesi meno pessimistica, avesse riportato una lunga serie di fratture. Gli fui accanto immediatamente. Vincendo il ribrezzo, gli presi il polso e ne controllai le pulsazioni, impercettibili, quasi inesistenti.

Non c’era tempo da perdere. Usufruendo di quell’intuito che si acquista con l’esperienza, più che di una reale illuminazione, riuscito a trovargli una vena in quel fascio di ossa e di pelli maleodoranti, gli praticai subito, per via endovenosa, una forte iniezione calmante; quindi cominciai ad organizzarmi per il nuovo e imprevisto lavoro.

Dallo zaino che avevo con me presi la torcia elettrica e cercai in tutta la casa una candela o qualcos’altro che servisse allo stesso scopo; non mi creai soverchie illusioni su ciò che potevo trovare. La trovai al piano superiore che, probabilmente, era quello occupato più di frequente. Era un pezzo di cera tutto consunto e nero, malamente attaccato sopra un collo di bottiglia scheggiato alla base. Lo portai giù dove giaceva l’uomo. Lo accesi e ne avvicinai la fiammella al suo corpo inerme per esaminarlo meglio.

La visione, sotto la luce tremolante della candela, dell’uomo shockato era raccapricciante e mi fece raggrinzire le carni. Il suo corpo, ridotto ormai pelle ed ossa, era certamente ai limiti della resistenza umana.

Sebbene gli avessi somministrato un forte sedativo, l’uomo aveva il sonno agitato e sussultava in continuazione, segno evidente che viveva qualche trauma o incubo anche sotto l’effetto della narcosi. Era chiaro, inoltre, che il suo sistema nervoso era stato provato oltre ogni limite di sopportazione.

Raccolti un po’ dovunque stracci sporchi e paglia, costruii un rudimentale giaciglio su cui, sollevatolo da terra, Vincendo l’acuto senso di ribrezzo che mi faceva provare, lo adagiai il meglio possibile. Quindi gli sollevai le palpebre (ridotte ad un velo di pelle più che di carne) e gli esaminai gli occhi. Apparivano spenti; le pupille dilatate e senza vita. Ne dedussi che quell’uomo doveva aver vissuto qualche trauma inimmaginabile e doveva aver battuto ogni strabiliante primato di veglia. Per il momento comunque, non v’era altro da fare e dovevo solo …. aspettare.

Pulii alla meglio un angolino poco lontano dall’uomo e mi sedei; volevo riposarmi in previsione del lavoro che mi aspettava e, nel frattempo, assistere l’uomo. Poco dopo ero caduto in un pesante torpore.

Non so quanto tempo dormii. Ricordo solo che, come mi svegliai, si spense, crepitando, sommessa, l’ultima azzurrognola fiammella della candela sopra un residuo di cera nera, ancora attaccato al pezzo di vetro. Un attimo dopo fu il buio più completo. Diedi uno sguardo fuori; era notte fonda. Alla luce della torcia elettrica diedi uno sguardo all’orologio; il vetro era rotto e le lancette ferme; dovevo averlo battuto nel mio movimentato arrivo. Diedi, allora, uno sguardo all’uomo che dormiva poco lontano da me. Era certamente già più calmo ma reputai utile somministrargli un altro sedativo, questa volta, però, più debole. Poco dopo preparai una rudimentale lampada servendomi di olio per medicazioni.

La nuova fiammella, più robusta della precedente, portò una luce nuova nell’ambiente, quasi un barlume di vita, ma non riuscì a fugare l’atmosfera fatua e allucinata che regnava nella casa.

Dopo circa un paio d’ore, l’uomo si svegliò. Ancora stordito dall’effetto del sedativo si assoggettò ai miei controlli senza opporre resistenza alcuna, quasi incoscientemente, come se fosse un automa. Come scomparve ogni traccia del sedativo, egli cominciò a mormorare o a farfugliare parole sconnesse, sconclusionate, con un tono di voce che sembrava provenisse dall’oltretomba.

·                     ........la maledizione.....il mago......fuggi....fuggi.....lontano.....il maestro….maledirà anche te.....fuggi !.....-

Dire che mi guardava come se fossi un fantasma sarebbe una valutazione ottimistica delle facoltà osservative o comunicative dell’uomo; piuttosto mi guardava come se non fossi un essere umano uguale a lui, ma come se, al posto mio, vedesse, un prodotto di materie sintetiche al quale lo scienziato fosse riuscito, in modo inimmaginabile o soprannaturale, ad infondere un soffio di vita ipnotica o artificiale. Indipendentemente dal significato letterale delle parole pronunciate, non riuscivo a capire minimamente che cosa l’uomo avesse voluto dirmi con ciò che aveva detto con lo sguardo perduto nel vuoto come in stato di trance. Compresi, allora, che se lo avessi esortato o stimolato a lungo con domande insistenti, martellanti, forse…..avrebbe parlato ancora; certamente avrebbe detto se non di più, almeno qualcos’altro. L’esperimento si protrasse a lungo; non so nemmeno io per quanto tempo; alla fine, anch’io, oggetto dei mezzi di fortuna con i quali operavo, una illuminazione rudimentale e un orologio rotto, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, ero ridotto all’impotenza mentale ma ero riuscito ad afferrare tutto il resoconto del trauma psichico subito non solo da quell’uomo ma da tutti gli abitanti del paese.

 

"Valle Felice era un paesino come ce ne sono pochi. Conduceva un’esistenza primitiva, semplice e tranquilla; viveva delle proprie risorse e non desiderava più di quanto avesse e di quanto era beneficiato dalla natura.

I suoi abitanti erano molto felici del loro stato di vita ed erano vissuti sempre in pace fra di loro.

La cattiva sorte fece si’ che la sua fama giungesse molto lontano, in terre sconosciute, fino ad un estroso e misterioso musicista. Il giorno maledetto, fra il giubilo degli abitanti, egli giunse nel paese, e occupò l’ultima casa, la più bella, la casa da cui si dominava tutto il territorio circostante.

Il giubilo degli abitanti morì quel giorno stesso perchè, per tutta la giornata egli suonò melodie tanto meravigliose che essi si dissero felici e fortunati di ospitare un grande artista come lui, ma, come furono calate le prime ombre della sera, ognuno sentì che la musica, che si diffondeva dalla casa del maestro, in ogni angolo del paese, non era più la stessa ma era diventata qualcosa che affascinava tanto da ridurre alla incoscienza delle proprie azioni chi la sentisse. Il giorno dopo, comunque, la vita continuò come al solito e ognuno pensò che la strana sensazione, avvertita durante la notte, al suono della tromba, e che non riusciva a definire nella sua natura, fosse stata solo una impressione dei propri sensi.

Questo si verificò alcune volte finché una mattina, all’alba, un contadino, passando, come sempre, felice e spensierato, per recarsi a caccia, nella campagna antistante l’ultima casa del paese, la casa dove viveva lui, con il fucile a spalla e fischiettando un allegro motivetto che gli portava il tempo della sua andatura trotterellante, si fermò improvvisamente con un sussulto di meraviglia perchè notò, riverso sull’erba, con il corpo adagiato ad una roccia, il corpo di una fanciulla.

Nella esangue luce del primo mattino egli la riconobbe immediatamente; era la figlia del maniscalco.

Un po’ sorpreso di trovarla in quel luogo, senza un motivo valido, a quell’ora tanto insolita, per una fanciulla, dedita ai lavori domestici e ai lavori dei campi, egli la chiamò più volte senza ottenere risposta alcuna. Molto sorpreso e ora anche preoccupato, con la mente turbinante in un carosello di sospetti e di paure inaccettabili, il contadino le si avvicinò discretamente, con circospezione. La espressione del viso della fanciulla, tranquilla e rilassata, denotava vitalità ma conservava in tutto il corpo una rigidità fisica propria del cadavere; inoltre aveva lo sguardo vuoto, perduto nel nulla; fissava il vuoto, qualcosa di inesistente e nella sua fissità sembrava che vivesse un sentimento arcano e rassegnato. Al colmo di un inspiegabile ma comprensibilissimo orrore, egli incrociò il suo sguardo con quello della fanciulla. In questa non mutò niente, non vi fu la benché minima reazione. In un ultimo tentativo di stimolarne i sensi, il contadino agitò freneticamente la sua mano aperta avanti agli occhi della fanciulla, una…. due…. tre volte; niente…..nessuna reazione. Un urlo agghiacciante gli usci dalla bocca e, lasciato cadere il fucile in terra, in un violento stato di agitazione e di turbamento, egli fuggì, terrorizzato, verso il paese, urlando a squarciagola l’accaduto.

 

Questo fu il primo episodio che scosse la tranquillità del paese. Per molto tempo non si riuscì a definire concretamente la natura e la causa dello straordinario fenomeno. Furono fatte ipotesi su ipotesi su ciò che avesse spinto la giovane figlia del maniscalco a fuggire di casa a notte fonda e su ciò che l’avesse ridotta nello stato catalettico in cui era stata trovata e di cui nessun medico aveva saputo spiegare o definire la natura e che nessuna medicina aveva potuto guarire. Agli abitanti del paese non ci volle molto per capire che la giovane fanciulla non sarebbe più tornata al suo normale stato di vita. Il suo caso fu il primo a portare un’ondata di viva impressione, di orrore, nel paese; presto, però, esso fu dimenticato e fu dimenticato anche il modo mostruoso in cui esso era avvenuto.

 

Passò un po’ di tempo; il paese riacquistò l’antica gioia di vivere, l’antica allegria, l’antica beatitudine. Ogni cosa riprese il suo ritmo abituale, la propria armonia.

Proprio quando sembrò che ogni brutto ricordo fosse stato dimenticato, cancellato….cancellato definitivamente dalla propria memoria e che ogni cosa avesse ripreso il suo ritmo ordinario, una nuova e più violenta scossa turbò la pace del paese. Il falegname, attardatosi sul lavoro, sentì, come spesso avveniva durante la notte, il maestro che riprendeva le sue esecuzioni musicali e, come al solito, sentì lo strano timbro della musica che riusciva ad ammaliarlo e a distrarlo dal lavoro urgente anche contro la sua volontà. Avvicinatosi all’uscio della propria bottega, condotto da una curiosità inspiegabile e da una forza irresistibile, egli vide, nella scarsa luce di una notte fosca, una contadina che, come ipnotizzata, si dirigeva verso l’abitazione del maestro.

Meravigliato dalla stranezza del caso, egli non riuscì ad articolare parola e, come condotto dalla medesima forza precedente, ritornò alla sua occupazione e un sonno profondo nel quale cadde, mise fine alla sua angosciante avventura notturna che lui ricordò come un brutto sogno. Il giorno dopo la madre del falegname, levatasi di buon ora, per innaffiare le piante sulla propria terrazza e per governare il pollaio, vide lontano, nella campagna prospiciente l’abitazione del maestro, qualcosa che sembrava un corpo umano.

                                        

                                            

 

 

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