Primi passi.

Il 62 mi fermò al Corso, poco prima di uscire in Piazza Venezia. Un vigile mi indicò, alla fermata precendente, la direzione per arrivare a Piazza della Maddalena. Dopo breve tratto vi giunsi e, avuta una prima impressione sommaria del luogo, mi chiesi quale ente, che fosse collegato alla Televisione, potesse mai esserci al n. 6, un palazzo dallo aspetto vecchio e trascurato, come quasi tutti, del resto, quelli che formavano il quartiere, risalenti, nella maggior parte all鋳800 romano; quello, comunque, era l段ndirizzo al quale dovevo recarmi e lì andai.

Il portone, molto grande, era uno di quegli ingressi di palazzi vecchi e gentilizi di cui a Roma ce ne sono un段nfinità; ma quando ebbi salito la prima rampa di scale, ebbi la chiara impressione di addentrarmi nelle catacombe.


A chi entrava dall弾sterno, con negli occhi una qualsiasi specie di luce esterna, appariva prima di tutto un buio pesto; poi, appena era entrato, se alzava lo sguardo, riusciva a distinguere in cima a tutto, sul primo pianerottolo, che si profilava ai suoi occhi, una lampadina che irradiava, da un filamento, dalla incandescenza poco più che rossa, prossimo a disintegrarsi, una debolissima luce giallognola. La lampadina doveva illuminare, o, meglio, chi aveva messo la lampadina, aveva una vaga intenzione di illuminare, le scale con una certa economia; infatti essa, oltre a fornire la luce descritta, era stata collocata proprio al centro del pianerottolo in una posizione "studiata" per proiettare la tale luce sia sulla rampa che terminava che su quella che cominciava.

Come ebbi messo piede sul primo scalino ebbi la sgradita impressione di non avere cognizione di cosa stessi calpestando. Mi sentii sotto le scarpe spigoli e sporgenze angolose dai multiformi aspetti. Mi spiegai poi che questi erano gli elementi più resistenti dei materiali di cui erano costituiti gli scalini, i quali avevano resistito, rispetto a quelli che invece avevano subito una corrosione maggiore, all置sura del tempo e all置sura del passaggio di chi sa quante persone che erano transitate nel palazzo. Avanzai guardingo, esaminando con cura il frontespizio, l段ntestazione e il numero di ogni porta che mi passava avanti agli occhi, lungo il percorso che stavo facendo, alla ricerca dell段nterno che mi interessava. Avevo l段mpressione di essere un turista che, allontanatosi dal proprio gruppo, stesse continuando da solo la visita della catacomba, perdendosi nei vari cunicoli.

Dopo che ebbi "attaccato" la seconda rampa di scale, sentii un rumore alle mie spalle. Mi voltai non trasalendo, ma.......quasi; si, si; ero sicuro che non si trattasse di uno spirito, che diamine!

A breve distanza da me, una signora anziana, stava uscendo di casa ed era intenta a chiudere a chiave la porta della sua abitazione.

Era così, infatti. La bottega indicatami dalla vecchietta era una botteguccia appena fuori del portone d段ngresso; forse non piccolissima, era costituta, però, da un ambiente piuttosto freddo, distaccato, "incomunicabile", avrebbe detto Michelangelo Antonioni, ed era il luogo che fungeva da portineria e dove si svolgevano le pratiche di amministrazione del condominio.

Dentro vi erano due signori, che non erano certo un esempio di raffinatezza, che parlavano animatamente tra di loro non so di che cosa, e un ragazzino di una decina d誕nni o poco più, seduto ad una sedia sgangherata alla sinistra dell段ngresso.

La porta d段ngresso, interamente di vetro smerigliato incorniciato dalla struttura di legno, gracchiò insofferente sul pavimento, al mio ingresso; uno dei due signori dell段nterno mi rivolse uno sguardo e fece per venirmi incontro.

Ringraziai ed uscii. La vetrata dell ingresso gracchiò di nuovo al mio secondo passaggio.

Tornai nell"antro dell誕ldilà". Salendo le scale cominciai a contare: ..... I°..... 2°....... 3°....... dunque, 3° piano...... interno... 3. Un appartamento era contrassegnato dal numero 7 e un altro dal numero 8.

"La numerazione sarà forse quella giapponese", pensai un po contrariato, perché, una cosa era certa, non seguiva la successione logica nostra. E probabile, se è così, che il numero 3 si trovi al piano di sopra che verrà considerato 3°, se consideriamo pianterreno il I°. Salii ancora. Interno ..... 9....... e ......10. Proviamo più sopra, mi esortai. Salii ancora. Ultimo piano. Alzando lo sguardo potei scorgere una sorgente di luce proveniente dallo esterno. Possibile? Salii ancora. La luce veniva da un finestrone chiuso da un段nferriata; infatti nella luce proiettata sul pavimento si distingueva l弛mbra di una croce di S. Andrea. La lugubre scala che mi aveva portato fin là su, ad un certo punto terminava. Ne cominciava un誕ltra, larga press誕 poco la metà della precedente, che a metà della sua lunghezza si piegava a chiocciola a 180° e continuava per terminare sopra un pianerottolo, che si diramava in vari bracci. Ecco, qui siamo allo Inferno, pensai; era inevitabile che ci arrivassi un giorno o l誕ltro. Certo avrei dovuto dire di essere arrivato in Paradiso, dal momento che fino ad allora non avevo fatto altro che salire, ma ciò che mi ispirava quel luogo era molto lontano dal concetto che ognuno di noi poteva avere di esso.

Osservai rapidamente un po tutto. "Vuoi vedere che sta proprio qui?", mi dissi, sicuro di essere finalmente arrivato alla meta; infatti, devo dire la verità, la mia certezza era data dal fatto che, almeno ai miei occhi, il nuovo pianerottolo da me scoperto, aveva le vaghe sembianze, finalmente, di un誕bitazione civile, e non di un novello scavo di Pompei, sfuggito "illo tempore", alle devastazioni delle eruzioni del Vesuvio. I numeri interni continuavano; ..... 11 .....12 ..... 13 ..... 14 ...... La scala saliva ancora. La seguii; il mio spirito di avventura era davvero inesauribile e mi portò a quello che capii chiaramente che si trattava dell置ltimo piano in senso assoluto. Infatti dopo le varie abitazioni trovai il terrazzo. Inutile dire che l弛rdine di numerazione interna rispettava forse l弛rdine di Federico Barbarossa ma non quello degli arabi. Del numero 3 nemmeno l弛mbra; e del dottor G. nemmeno l誕nima.

Tornai giù al portone e rifeci la strada da capo. Innanzitutto l段ndirizzo che credevo sbagliato era giusto; poi, il portone era proprio quello e il dottor G. era proprio lì dentro; quindi, qualcosa doveva venir fuori.

Salii la prima rampa di scale e guardai le due targhe appiccicate sulle due porte che trovai al primo pianerottolo. Compresi, dopo una rapida lettura, che avrei trovato qualunque nome lì ma non quello del dottor G.

Salii l誕ltra rampa di scale e arrivai al secondo pianerottolo; un numero, sul frontespizio di una porta, era completamente cancellato dal tempo. Poi c弾ra un numero 4. Beh, mi dissi, prima del 4 cè il 3. Tentiamo. Attaccata alla porta vi era una targa di ottone con l段ntestazione della segreteria di un tizio, il Professor Q. che, dopo seppi, era un deputato al parlamento, ma, in quel momento non lo sapevo; ma del dottor G.? Mah!?........ Bussai. Mi fu aperto da un tizio che non saprei dire che mansione ricoprisse, se usciere, portinaio, segretario, guardiano......, non saprei; so soltanto che aveva una spiccata somiglianza somatica con il regista cinematografico Luigi Zampa.

Come aprì la porta, antica e massiccia, mi guardò interrogativamente. Era evidente che si aspettava che io parlassi.

Lo seguii nell段nterno. Accese la luce, una palla di vetro bianco latte appesa al soffitto, e uscì.

Rimasi solo in quella sala. Mi guardai attorno. La palla si vetro appesa al soffitto, parola d弛nore,

mi richiamava la fantasia ai lumi cinesi che si mettono nelle festicciole studentesche per rendere più

"calda" e invitante l誕tmosfera e stendere un velo di intimità sui rapporti in formazione. Ma poi, possibile che ogni cosa in quel palazzo fosse a base di limone?; il giallo della lampada mi sorprese da non credersi. Tra un vecchio balconcino in ferro, che si portava con se il vecchio calcinaccio del palazzo, aperto su di un vicolo della vecchia Roma e la lampada, non saprei dire chi rabuiasse di più l誕mbiente.

Passeggiai un po da un estremo all誕ltro della stanza, come faccio sempre quando sono in attesa di qualcosa o di qualcuno. Osservai l誕mbiente. Era di uno squallore massimo, incredibile.

Ad un angolo vi era un pezzo di arredamento, credo il più civile; una scrivania con una sedia che, poi dedussi, dovevano appartenere, di servizio, al tizio che mi aveva aperto la porta. Su di essa vi era un portacarte con dentro buste e fogli; il tutto, in legno nero, intarsiato ai bordi, si richiamava vagamente al barocco, proprio come i mobili che una volta costituivano l誕rredamento tradizionale dei notai. Il resto del mobilio era costituto da tre sedie uguali a quella della scrivania, foderate, sullo schienale e sul sedile, con pelle che recava le "forme" di un uso continuo e non curato e di un誕nzianità di numerosi decenni; era fermata ai bordi delle sedie da antichi chiodi dalla testa in ottone reso nero dagli anni e dalla non pulizia. Vicino al balcone vi era un divano totalmente in legno, con la solita pelle sul sedile, su cui, indovinai subito, dalle "infossature", e dalle chiazze di scolorazione profonda, si sedevano sempre due persone, e, vicino, una sedia che mostrava una foderazione in tela, di un freddo marrone che si discostava nettamente dalle altre.

Palpai con una mano quest置ltima e, assicuratomi che non avrebbe ceduto, mi sedei. Ero solo nella stanza. Di solito, quando mi era capitato di rimanere solo in attesa in un luogo, qualunque esso fosse, mi ero sorpreso sempre a pensare che poteva capitarmi un誕vventura galante con qualche segretaria degli uffici accanto, che si trovasse a passare di là, o con una cliente che, che so?!, arrivasse nell置fficio da un momento all誕ltro. Ve lo giuro, a tutto mi fece pensare l誕tmosfera che regnava in quella stanza, tranne che ad una eventualità del genere.

Mi alzai di nuovo e cominciai a curiosare di qua e di là. In una stanza attigua, che era aperta, si vedeva un tavolino, con sopra un modello antidiluviano di una OLIVETTI per ufficio, e una scrivania, su cui erano depositati dei libri la cui natura non riuscii ad identificare, che rispecchiava lo stile di quella della sala d誕spetto. Esitando per timore che sopraggiungesse qualcuno improvvisamente e mi vedesse curiosare, mi avvicinai alla scrivania e lessi il titolo del libro che sovrastava gli altri; "Camera dei Deputati". Mi uscì un fischio di meraviglia che soffocai immediatamente. "Caspita!" pensai; recavo in mano una cartella con un saggio di sceneggiatura cinematografica perché avessi un段ntroduzione nel settore, ma, a questo punto, dopo questa scoperta, sorgeva di necessità sapere che attinenza avesse il luogo in cui mi trovavo con le produzioni televisive e cinematografiche e, conseguentemente, se quello era realmente il luogo che mi riguardasse.

Tornai al mio posto e, per passare il tempo mi misi a leggere il mio soggetto. Di lì a poco entrò quella persona che mi aveva aperto. Penso che in definitiva ricoprisse il ruolo di un segretario. Fece una passeggiata per la stanza e poi uscì di nuovo. Poco dopo qualcuno bussò alla porta. Il segretario andò ad aprire.Vagamente indovinai, nella persona entrata, una sagoma femminile da una frammentaria apparizione di un braccio coperto dalla manica di un cappotto. Improvvisamente mi si riaffacciò in testa la possibilità dell誕vventura galante, per altro subito rientrata non appena ebbi guardato la ospite appena giunta. Alla sua apparizione nella sala d誕spetto, ogni mia velleità istintiva o semplicemente galante cedette magicamente ad uno stato di incomunicabilità profonda, si, proprio incomunicabilità, come quella enunciata da Michelangelo Antonioni nei suoi films.

La nuova ospite era una donnetta di un metro e trenta, un metro e quaranta, dal fisico e dal volto tremendamente ossuti. I suoi capelli rosso-castani, crespi, davano un段dea di sporcizia lontano un miglio. Il segretario la fece accomodare nella stanza che, a questo punto, era chiaramente identificata in una sala d誕spetto, poi scomparve. La donnetta entrò lentamente, guardandosi attorno un po circospetta e un po con una flemma tra rituale e il recitato, traballando leggermente sui tacchi, forse più per abitudine acquisita che per reale difficoltà di deambulazione; mi degnò di un timido sguardo tra il curioso e l誕nalizzatore che, escluso il cuorioso, tutto era fuorché analizzatore, ma era dettato soprattutto dal fatto di trovarsi in un ambiente nuovo, di fronte ad uno sconosciuto, e si sedette alla seconda sedia che trovò. Rivoltomi un mezzo sorriso che, nella ipotesi più attendibile, voleva essere di saluto, si ritirò silenziosamente in se stessa ed io, dopo averla seguita distrattamente con lo sguardo, tornai alla mia sceneggiatura cinematografica.

Dopo un po di tempo la donnetta si alzò e uscì nell段ngresso; pensai che fosse per insofferenza alla sedentarietà. Immerso nel mio soggetto, indovinai vagamente che stesse misurando l段ngresso da un estremo all誕ltro; poi, improvvisamente il segretario la introdusse in una stanza dall誕ltra parte.

Passò un poco di tempo senza che accadesse niente, né che si avessero dei segni di vita dalle altre stanze. Improvvisamente suonò la porta e il segretario introdusse nella stanza dove stavo io una donna di mezza età in compagnia di un uomo decisamente più giovane di lei e, ultimo nella scala dell誕nzianità, un bambino grassoccello di una decina d誕nni che era il figlio.

Scambiarono frasi di prammatica con il segretario che, era evidente, li conosceva già e che, alle loro richieste e alle loro preghiere, si dichiarò ben disposto a favorirli per quanto fosse in suo potere. I loro discorsi mi arrivavano frammentariamente e in tonalità soffuse. Capii vagamente, da essi, che dovevano vedere il Professor Q.; ma Q. non c弾ra, li informava il segretario; certo, parlare direttamente con Q. significava arrivare dritti allo scopo, ma dal momento che non c弾ra?! se volevano parlare con G.?.....Ah, lui si, si poteva parlare anche con G.? Allora, in un certo senso era meglio, poiché Q. era quello che decideva ma G. era al corrente del loro problema. Ci fu una pausa in cui i tre fecero il loro ingresso nella stanza e presero posto, poi la signora continuò con il segretario. Ma Q. non c弾ra proprio?, insistè. No; Q. non veniva mai là, rispondeva il segretario; Q. veniva là, che era la sua segreteria, soltanto qualche volta, ma dietro appuntamento. Esaurito il colloquio, il segretario uscì e tornò nelle sue stanze. Di lì a poco, facendo capolino, li chiamò.

Poco dopo il segretario ripassò come prima nella sala d誕spetto. Dal momento che ero rimasto solo nella sala, colsi l弛ccasione per parlargli Oh, a questo punto qualcosa cominciava a quadrare e cominciavo a vedere anche più chiaro in una situazione che fino a quel momento mi era apparsa alquanto nebulosa. Eravamo arrivati al punto che segnava la seconda mia curiosità; che attinenza aveva il mio campo con una segreteria che, ormai avevo capito, era decisamente politica. Il segretario, nel suo monotono ed enigmatico andirivieni, si fermò in mezzo alla stanza e allargò le braccia con gesto che significava "Che vuole che faccia?" e rispose: Adesso tutto era chiaro; adesso mi spiegavo la donnetta entrata poco prima; la donna con il signore e il bambino che, avevo capito tra una parola e l誕ltra, venivano dal Quadraro. Era tutta gente di modestissime condizioni che cercava uno sbocco per vivere, per magiare nel vero senso della parola. Comunque, pensai, meno male che c弾ro solo io per il dottor G.; mi sarei sbrigato subito appena sarebbe arrivato e avrei lasciato per sempre quella specie di sepolcro imbottito di povera gente in cui ero capitato.

Poco dopo entrò un giovane sui venticinque anni dall段nequivocabile aspetto del provinciale, o del borgataro. Dopo di lui rifecero la comparsa, uscendo dalle stanze in cui erano entrati, il segretario, la signora, il signore e il bambino per essere ricevuti, ormai erano arrivati ad una decisione, dal dottor G. "Buonanotte!", feci io. L置omo si venne a sedere sul divano di legno che era di fronte a me e vicino a lui si mise il bambino. La signora si accomodò al posto di prima, di fronte alla scrivania del segretario. Poco dopo questi entrò e si intrattenne con gli ospiti.

Al bambino piaceva molto giocare a pallone, più che studiare. Comunque, diceva sua madre, lui lo diceva per fare scena, perché, in realtà, era il primo della classe. Però, ribatteva il bambino, che era alla quinta elementare, non voleva fare le medie perchè poi gli avrebbero fatto fare l棚stituto per Geometri e lui non voleva studiare. E cosa avrebbe pensato, gli replicava il segretario, che aveva ripreso a passeggiare nella stanza, quando avrebbe rivisto gli amici con un diploma, che lavoravano e prendevano "地 sacco de sordi?".

Un signore di quaranta anni e oltre, entrato da poco, propone, per superare i momenti di difficoltà, di chiedere aiuto agli amici affermati.

Torna di attualità la cattiva volontà di studiare del bambino che trascorre piacevoli e infruttuosi pomeriggi nel vicino campetto dei frati. A tale proposito la madre loda le virtù degli altri suoi tre figli. Si, anche questo è vero, condivide la platea che si esprime in lodevoli commenti per la mamma. Le virtù dell置ltimo figlio presentato non le ricordo.

Il tempo passa; gli ospiti aumentano. Il signore sulla quarantina rimprovera al bambino la poca volontà di studiare e gli racconta, a mo di insegnamento, che lui, a otto anni, l弾tà, grosso modo, che ha adesso lui, già lavorava per portare il pane a casa e capitava che su trenta lire di paga giornaliere, si metteva da parte ogni giorno cinque lire e il sabato, che faceva mezza giornata, come usciva dal lavoro, andava a piazza del Popolo e, una volta alla settimana, su e giù per le giostre. Ecco, conclude con autocommiserazione, la vita che ha fatto lui a otto anni e che hanno fatto molti come lui che non avevano da mangiare. E, adesso lui, il bambino, con tutto quello che ha, il papà che porta il pane gratis a casa, i divertimenti ecc., ecc., non capisce quello che dice esprimendo la sua non volontà di proseguire la scuola. E un discorso senza capo né coda che ha il sapore più della rivalsa, della ripicca personale alla romanesca che dell段nsegnamento di cui, per altro, non ha le connotazioni né concettuali, né formali, né di ambientazione.

Una chiacchiera tira l誕ltra. La madre del bambino comincia a parlare della sua famiglia. Non sembra delle più armoniose e tranquille. Il padre è malato di cuore e quindi soggetto a continue cure e deve stare continuamente riguardato. Loro sono quattro sorelle sposate, ma lei è l置nica che ospita il padre in casa sua. Le altre si rifiutano e, se vi sono costrette, gli rendono la vita tanto impossibile che il povero vecchio, dopo due giorni di permanenza a casa di ciascuna di loro, ritorna triste e amareggiato a casa della prima. La esposizione di tale situazione promuove la considerazione amara in un volgare e per nulla curato romanesco, di una persona nella stanza: "quando i genitori ci hanno li sordi, i figli so tutti vicini e nun se staccano mai; ma quando nun ce l檀anno, nun vedi più nessuno!"

Enumera, ancora, alcuni contrasti che sorgono tra il padre e suo marito, poi tira fuori dalla borsa le fotografie della sua famiglia. Nella stanza ci saranno quindici persone, la loro attenzione si concentra tutta su di esse. Le fotografie fanno il giro di tutti, interessati e non interessati, e tornano alla proprietaria.

Da poco è entrata una donna dall誕spetto di oltre cinquant誕nni, ma è invecchiata anzi tempo. Con lei cè una ragazza che ha in braccio un bambino.

La signora, mamma del ragazzino, non ancora stanca di argomenti, chiede alla giovane entrata da poco di chi sia il bambino che porta in braccio. La giovane ha un sorriso direi di scherno e di compiacimento; e, allo stesso tempo, è riservata. Le brillano gli occhi. E evidente il suo orgoglio per la risposta che sta per dare. In una mano reca il pollice fasciato e con quel pollice indica se stessa e dice, con voce appena percettibile:

La meraviglia è grande fra tutti i presenti.

Devo dire la verità, la ragazza è l置nica persona che, fin dal suo ingresso, non mi ha ispirato niente di spiacevole; adesso la giovane mamma acquista addirittura un altro aspetto ai miei occhi. Mi piace quella semplicità massima che dimostra la sua persona, mi piace il suo abbigliamento semplice, modesto fino alla mediocrità, mi piace la sua maniera di trattare, di intrattenersi con gli altri, per quel poco che ella fa di ciò, mi piace la sua massima semplicità di comportamento e di conversazione, la sua genuinità. Mentre parla, il suo bambino, appena in grado di camminare, gira per la stanza fra i sorrisi comprensivi e compiaciuti di quanti sono presenti. La mamma racconta alcune peripezie passate tempo addietro a causa di una improvvisa e problematica indisposizione del piccolo.

Ha un figlio; ciò conduce la curiosità generale a chiedere quanti anni abbia. Cè chi azzarda sedici, diciassette. Il bambino di otto anni, certo, senza cognizione, spara venticinque.

Non è curata proprio per niente. E come un frutto che, maturato, sia caduto dall誕lbero per azione naturale. I capelli, completamente sciolti e lisci, hanno non più di un solo colpo di pettine, forse prima di uscire di casa; non un弛mbra di trucco; genuina e sincera al massimo; proprio mi piace; mi piace e la ammiro molto.

Alle 11,15 i discorsi di intrattenimento sembrano terminati e il nervosismo e l段nsofferenza della signora del Quadraro diventano evidenti. Il padre è solo a casa e ciò la preoccupa non poco. E considerata dai più. Come se si confessasse, si appella al segretario perché la faccia passare per prima; io sono prima di lei. Mi accorgo dell誕ccordo tra lei e il segretario e, a questi, glielo faccio capire. Il segretario, con un occhio guarda me e con l誕ltro ascolta le parole della signora.

Mi guarda ancora; ci capiamo con lo sguardo. Me ne sono accorto e adesso lui chiede di poter accontentare la signora. Sia; la signora entrerà per prima; ha i suoi problemi e bisogna comprenderla e aiutarla.

Il tempo passa ancora tra una chiacchiera e l誕ltra. La giovane mamma da il biberon al suo piccolo che non trova un attimo di pace.

Alle 12 qualcuno si chiede G. che cosa stia facendo. Alle 12,15 G. arriva.