Il quadro astratto.

            Non ricordo dove e quando, mi venne lo "sfizio" di visitare una mostra d'arte moderna. Quando vengono questi desideri improvvisi e…..senza una ragione apparente….un giustificato motivo…..bisogna soddisfarli…..altrimenti ci si resta male e si ha pure l'impressione di aver rinunciato a vivere un'esperienza che può non ripresentarsi più nella nostra vita; quindi, incoraggiato da questo ragionamento e da queste riflessioni, mi presentai all'ingresso della galleria e, nell'attesa che questa fosse accessibile ai visitatori, presi a dialogare con un compagno nella stessa avventura, come si usa fare sui treni dove, nel tempo intercorrente tra la partenza e l'arrivo, nascono quelle amicizie che si rivelano sempre come le migliori perché durano l'arco di tempo del viaggio ferroviario e ci si da sempre un appuntamento che non si realizzerà mai, e, così facendo, mi trovai fatalmente accodato ad un gruppo, forse animato dalle mie stesse stimolazioni, che mi introdusse nella dimensione della cultura del luogo in cui mi stavo introducendo. Ricordo che era un giorno importante, quello; vi era l'inaugurazione e interveniva, assieme a vari ministri del locale governo, ai segretari e ai sottosegretari alle varie opere di assistenza e, perché no, anche di salvaguardia del patrimonio artistico e culturale, nientepopodimenoché Sua Eccellenza l'Onorevole Pinco Pallino, sovrintendente alle varie gallerie d'arte moderna e contemporanea e "sostenitore" delle varie correnti culturali e para-culturali che, rotanti attorno a queste forme estetiche, andavano molto di moda allora e fornivano loro una ragione di esistenza.
            Era una persona, l'Onorevole Pinco Pallino, lo dicevano tutti, che andava un po' come il vento. Oggi era bel tempo ed era in auge il romanticismo e lui cominciava ad ammirare estasiato il panorama campestre o marino che si presentava avanti ai suoi occhi e a declamare versi di poeti che forse non conosceva nemmeno; domani la moda si era spostata sul significato dell'esistenza e lui diceva che bisognava rinnovarsi e riponeva tutta la sua attenzione sui problemi dell'essere che non avrebbero mai avuto una risposta.
            ……..dunque, non divaghiamo, altrimenti, alla Mostra d'Arte non ci arriviamo mai. Prima di arrivare alla Galleria d'Arte Contemporanea, si passava per la Mostra d'Arte Moderna, che rispettava, come prima accennato, lo stile espressionistico tradizionale. L'ingresso era ancora chiuso da un nastro con i colori della nazione e si aspettava ormai solo l'arrivo di Sua Eccellenza perché questi avrebbe dovuto tagliare il nastro dell'ingresso e procedere all'inaugurazione. L'automobile, che aveva l'onore di trasportarlo, giunse fra gli applausi del pubblico e la catenina d'oro dell'orologio che andava da un taschino all'altro del suo gilè, mostrò subito che Sua Eccellenza, prima di uscire, si era fornito abbondantemente di cibarie; forse, chi sa?, per timore che il buffèt della mostra non lo avrebbe soddisfatto.
            ……dunque, non appena fu arrivato, Sua Eccellenza, salì sul podio e innanzi tutto pronunciò, il discorso di rito dal quale si notò immediatamente, e senza possibilità di equivoci, che quel giorno il suo pathos emotivo si sarebbe estrinsecato unicamente nella contemplazione dell'astrattismo più puro. Un altro più nutrito applauso servì a fargli arrotondare il già nutrito ventre ed, espletate altre formalità di rito, assolse, finalmente, all'onore di tagliare il nastro dell'ingresso e, dopo questa cerimonia, la Mostra fu finalmente accessibile al pubblico.
            Non appena ebbi fatto il mio ingresso nella Galleria, fui accolto e catturato emotivamente da un meraviglioso ritratto di contadina "svernante" indisturbato al centro del corridoio. Vivevano in esso una espressività ed una bellezza di forma e di stile eccezionali. Rappresentava una contadina, sullo sfondo del suo ambiente di vita, un paesaggio agricolo, nell'atteggiamento del rientro dal lavoro nei campi, con un grosso fascio di spighe raccolto in un braccio. L'opera comprendeva il mezzo busto della donna, sulle spalle della quale passava un drappo di stoffa che le lasciava un scoperto seno e la cui posizione si armonizzava con il fascio di spighe. Come ho già detto, in quella opera vivevano, al tempo stesso, una tale espressione di vitalità e di pace, che coinvolgeva tanto emotivamente, che trovai incredibile che fosse stata abbandonata dall'interesse del pubblico e delle più autorevoli autorità in materia. La morbidezza e la plasticità delle forme, i toni brillanti armonizzati con quelli profondi e con quelli opachi creavano, attorno all'opera, una atmosfera di serenità e di pace, propria della campagna, di una intensità tale che risultava difficile rinunciare ad immergersi in quella dimensione anche nella consapevolezza che le emozioni che da essa erano comunicate, erano una illusione dei nostri sensi. Quando mi accorsi di suscitare curiosità nei presenti, a causa della mia prolungata osservazione di quell'opera, per non entrare nel ridicolo, in rapporto alle considerazioni che, con il mio comportamento, potevo alimentare nella mentalità della media, decisi di "traslocare" e mi riagganciai al gruppo al quale mi ero unito virtualmente nell'ingresso alla Mostra che, nel frattempo, nella visita, aveva guadagnato posizioni già più avanzate delle mie ma, nel raggiungerlo, passai avanti ad altri due ritratti, anch'essi dotati di una forte carica espressiva, ma, guarda il caso, anch'essi abbandonati dall'interesse generale.
Quando giunsi all'ingresso della mostra d'Arte Contemporanea, l'astrattismo più puro, con tutte le sue forme e tutti i suoi aspetti più astrusi, ma liberamente interpretabili, mi aggredì senza pietà. Come fui entrato nella sua area, subito, alla mia destra, vidi, sopra un piedistallo di marmo serpentino, quello che originariamente doveva essere stato la sezione, di forma tubolare, di una spalliera, di uno di quei letti di ottone, in uso nel secolo scorso; uno di quei letti della bisnonna, tanto per intenderci. Lo osservai molto attentamente e non mi accorsi che lo studio di cui beneficiai l'"opera", fu la causa del mio allontanamento dalla "chiave" in cui era stata allestita tutta la mostra, l'arte, la creatività e, nonostante tutto, la cultura, e nella quale essa doveva essere "letta", interpretata e vissuta perché, al termine della mia "perizia" dell'"opera", giunsi alla conclusione che, anche nell'ignoranza del suo prezzo, qualunque le fosse stato attribuito, essa non doveva avere un valore molto elevato perché, considerato anche il materiale e la mano d'opera impiegati per realizzarla, l'elemento compositivo principale, da cui essa era composta, un semplice tubo di ottone, dopo essere stato segato per un breve tratto nei punti che ne segnavano le sue estremità, era stato spezzato nettamente ed era tutto contorto e, in una curva, la più alta delle due che vi erano, c'era, impressa anche una poderosa martellata che lo deformava ulteriormente e, in conclusione, non presentava elementi decorativi di alcun genere. Volli approfondire la considerazione della natura dell'opera; volevamo definirla una scultura? Scultura non era; volevamo definirla una "composizione"? Poteva anche essere "vista" in questa ottica ma, in questo caso, doveva essere soggetta ad una personale e libera interpretazione. Mi meravigliai non poco quando, avvicinatomi, lessi, su di un cartoncino che vi era attaccato, il suo titolo, "La nascita di mio figlio"; seguiva o precedeva, non ricordo, il nome dell'autore, ma rimasi letteralmente allibito quando vidi che un tizio in livrea si avvicinò e, vicino a quel cartellino, ne attaccò un altro su cui era scritto "Venduto" e che il valore che le era stato attribuito superava, ad un calcolo molto sommario, intorno alle ventimila volte il suo valore reale che, a ragion veduta, ritenni che sarebbe stato calcolato più obiettivamente, oltre che più professionalmente e più razionalmente, da un fabbro invece che da un collegio di critici d'arte. Esaurito l'intervento della valutazione di questa opera, mi guardai di nuovo attorno. Sua Eccellenza l'Onorevole Pinco Pallino, circondato dal suo seguito, esaltava con enfasi, come se fosse lui l'autore, tutte le "grandi opere" che ammirava, da fili di ferro attorcigliati fra di loro, volenti significare "La vita e la morte", a veri e propri schizzi di piombo fuso solidificati all'istante, che erano intitolati "Il bene eterno". Il Direttore della Mostra in persona, anch'egli artista di illuminata scuola e di chiara ed indiscussa fama, era al suo seguito per guidarlo nel labirinto dell'astrattismo, nel quale non si sa quanto ci capisse lui stesso, e per far fronte alle necessità di chiarimenti e di spiegazioni che, sebbene egli si sforzasse di non avere bisogno, era evidente che gliene si presentava una necessità sempre più grande e, allora, a questo punto, visto come procedevano le cose, io ritenni più proficuo dedicarmi di nuovo alla mia cultura anziché seguire il corteo dei personaggi e associarmi al loro presenzialismo.
Dopo aver ammirato un quadro al quale era stato attribuito un valore che giudicai sproporzionato, anche nella considerazione di tutto ciò che comprendeva, cornice (forse il suo elemento più pregiato), tela, tecnica speciale per realizzarlo e quantità di colori pregiati che vi erano stati schizzati sopra, con arte e stile inimmaginabili, la mia curiosità fu attratta da un penetrante e intenso odore di vernice che si effondeva tutt'intorno da una direzione precisa ma non ancora identificata; dedussi che nelle immediate vicinanze dovesse esservi in esecuzione o non ancora asciugato, un lavoro di natura muraria imprecisata, una specie di "cantiere" non ancora chiuso o…… qualcosa di simile, i cui "vapori", a causa dei continui spostamenti dei visitatori da un'opera all'altra, arrivavano, a "ondate", fino a me. Volsi lo sguardo intorno e la mia attenzione fu attirata adesso da un pannello, che, stranamente, era stato tenuto fuori dell'itinerario di Sua Eccellenza perchè all'atto di farvi una sosta, come tappa dell'itinerario, il Direttore della Mostra aveva pilotato abilmente, con chiacchiere e gesticolazioni varie, Sua Eccellenza all'ammirazione dell'opera successiva, facendogli eludere quella e, con quella, anche l'odore di vernice che da essa si effondeva. Ad una attenta riflessione, ritenni che il fatto non fosse casuale ma causale e, senza "dare nell'occhio", mi separai ormai nettamente dal gruppo dei visitatori, di cui facevo ancora parte virtuale, e mi avvicinai sensibilmente all'"opera" che aveva attirato la mia attenzione, la mia curiosità e il mio interesse. Fin dal mio primo sguardo, quasi non credei ai miei occhi; sopra la tela era stato fatto un impasto indecifrabile di colori che con l'astrattismo, disciplina e corrente culturale e artistica, non aveva niente a che vedere, e, adesso, da vicino, potei anche avvertire l'odore di vernice che si effondeva tutt'intorno ad essa in tutta la sua intensità. A questo punto notai che, all'esplicazione mia di tale forma di interesse, un altro tizio in livrea, a pochi passi da me, mi degnò di uno sguardo poco allettante ed esplicitamente in aperto conflitto con la mia curiosità e questo mi significò in modo evidente e non eludibile che avevo "ficcato il naso" dove avrei dovuto farmi i fatti miei. Le situazioni misteriose hanno il potere di stimolarmi la curiosità, la partecipazione e la ricerca della verità, come è giusto che sia, e come avvenne, e perciò, in piena dimensione di ricerca e di indagine, sfidai lo sguardo poco rassicurante del tizio con la livrea, e, producendomi nel più amabile sorriso che seppi improvvisare e che voleva essere, almeno nelle mie intenzioni, di conciliazione, di provocazione e di derisione insieme, domandai a costui con la massima disinvoltura che seppi sfoggiare:
            " Come si intitola questo quadro? -
            Sia l'espressione verbale che quella mimica piacquero ancora di meno al tizio con la livrea che, con evidente aria "seccata", mi rispose con una malagrazia che non si curò assolutamente di nascondere o di ammorbidire:
            " ….che…. non sa leggere? -
            La risposta, acerba come mai ne avevo sentite, non mi scoraggiò, anzi, ebbe il potere di inacerbire anche me e di stimolarmi ancora di più nel perseguimento dei miei obiettivi che, così facendo, si moltiplicarono invece di diminuire e, quindi, in piena dimensione di una "singolar tenzone" condotta sul filo della dialettica, della battuta salace, del sarcasmo e della contrapposizione di opinione, seguii il consiglio del tizio e, allo scopo di dimostrargli che le sfide andavano affrontate sulla base della competenza della materia in oggetto e della ragione della contesa, e non sulla falsariga del dispetto personale o degli interessi di parte, mi avvicinai ancora di più all'opera, innanzi tutto per rendermi conto della sua natura e della sua consistenza e poi, per far capire, sempre al tizio con la livrea, che, al di là delle intenzioni primarie o impulsive, la mia era diventata una sfida culturale reale tra me e l'Ente, di cui lui era dipendente e rappresentante, e, a questo punto, con atteggiamento esplicitamente intenzionale o provocatorio, allo scopo di vederla e di leggerla, avvicinai lo sguardo alla targhetta che, intuii, sistemata in calce all'opera proprio in modo per non essere né notata, né letta. Scribacchiata alla meglio e, palesemente improvvisata per l'occasione, recava la scritta, che nell'intenzione dello scrivente doveva sostenere il ruolo del titolo dell'opera, "Notte di plenilunio" e, sulla base della sua esistenza, cominciai a trarre le mie deduzioni. In quell'impasto di colori, che effondeva tutt'intorno un odore di cantiere edile invece che di studio artistico, io non vedevo né la notte, né il cielo, né la luna però, mi accorsi che, al loro posto, c'era qualcosa di molto più importante di quelle romanticherie che, anche indicate dal titolo, su quel pannello, innanzi tutto non apparivano e, poi, che sarebbero risultate anche un po' fuori luogo o, quanto meno, fuori della loro collocazione naturale. Dietro il pannello, che poteva avere una superficie di un buon metro quadrato, c'era il cattivo servizio della squadra di operai che fino al giorno precedente aveva lavorato per preparare i locali per il giorno dell'inaugurazione e per la successiva visita del pubblico e di Sua Eccellenza. Dietro il "quadro" un gran pezzo di intonaco era caduto lasciando i mattoni scoperti e gli operai addetti ai lavori avevano reputato più comodo, oltre che più rapido, "coprire" il problema strutturale con un "capolavoro" nuovo di zecca anziché riparare il problema sopravvenuto secondo le regole della corretta tecnica cantieristica, cosa, che, avrebbe richiesto ovviamente, più tempo, più applicazione e più impegno. Il "quadro", un "capolavoro" composto per l'occasione, sia come opera sia come servizio, assolveva, in realtà, alle funzioni di una "toppa" e se, originariamente poteva assolvere, come era stato fatto passare, alle funzioni di "opera-tappezzeria" o di "riempimento", in seguito al mio inopportuno intervento, veniva a perdere la funzione artistica assegnatale arbitrariamente, e assumeva quella specificamente muraria; …..beh….grande consolazione artistica!….niente di tutto questo, e dovei prenderne atto subito perchè, abbandonato, a questo punto e definitamene, al suo itinerario culturale, il gruppo di cui facevo parte, e nel quale, assorti, come erano tutti, nella contemplazione delle "linee estetiche astratte", della mia ininfluente presenza-assenza, non si era accorto nessuno, decisi di scoprire e di calcolare da quanto tempo era stato fatto il "servizio" per capire se la sua "trovata" era stata un espediente d'emergenza risalente ai momenti immediatamente precedenti l'apertura della galleria, o se risaliva alla giornata precedente, ultima giornata di lavori, per cui avrebbe recato in se, fra i suoi elementi compositivi, l'aggravante della premeditazione, e a questo punto, avvenne l'inimmaginabile. Allo scopo impostomi, ritenendo di essere sufficientemente isolato da tutti i visitatori della galleria delle immediate vicinanze, posi le quattro dita della mia mano destra nell'angolo del quadro in alto a sinistra e, con qualche sinusoide, raggiunsi l'angolo opposto, imbrattandomi la mano della vernice fresca, densa e vischiosa.
            " Alt! Fermo così! - mi ordinò improvvisamente una voce alle mie spalle e, immediatamente, fui "aggredito" da un flash.
            Confesso che mi sentii improvvisamente perduto; ero sicuro di essere solo e non lo ero per cui tutte le idee bellicose che mi avevano animato e sostenuto fino ad un attimo prima, nel prendere le mie iniziative, si dissolsero come neve al sole e, per un attimo, rimasi fermo, immobile, attonito, in attesa degli eventi. "Gli eventi", per una breve porzione di secondi, che il mio spirito tradusse all'infinito, non si verificarono e questo favorì un improvviso e allarmato argomentare del mio cervello che, in quel momento, si sentì combattuto tra la belligeranza ad oltranza e la resa incondizionata. "Mi hanno colto in flagrante adulterio di opere d'arte", pensai subito, " e mi hanno scattato la fotografia per avere la prova inconfutabile del reato e della mia colpevolezza; non mi resta che tentare di comprare il silenzio riparando materialmente al danno….", ma scartai aprioristicamente l'ipotesi perché non ero un restauratore di opere d'arte e considerai che, nel mio caso, l'unica soluzione meno disonorevole possibile sarebbe potuta essere, nell'ipotesi più realistica, l'acquisto del silenzio o la conciliazione della pena, che sarebbero potuti corrispondere entrambi più realisticamente all'acquisto dell'"opera", il quadro "adulterato", qualunque prezzo mi fosse stato chiesto, e fare, a causa del sopravvenire incontrollato degli eventi, che non avevo saputo prevedere, come si suole dire, "buon viso a cattivo gioco", quando, già all'atto di tirar fuori il portafogli per far fronte ai doveri del caso, voltandomi nella direzione dalla quale intuitivamente avevo visto arrivare il "flash", adesso fui letteralmente "fatto segno" agli sguardi attoniti di tutte le più o meno eccellenze e autorità che quel giorno e in quel momento onoravano la Mostra e le conferivano lustro e luminosità artistica con la loro illuminata presenza. Il Direttore della Mostra al seguito di Sua Eccellenza guardò e riguardò il quadro, "rielaborato" un momento prima dalle mie mani, mutando continuamente posizione alla sua testa che, in quel particolare momento, parve assumere tutti gli atteggiamenti che le sarebbero stati permessi da una profonda esecuzione di joga.
" …..ma …..ma…..ma questo è un capolavoro….una opera d'arte! - esclamò entusiasta, con una reverenzialità religiosa.
            Sua Eccellenza, a quelle autorevoli parole, guardò in estasi prima il quadro, sul quale quattro larghe sinusoidi scorrevano senza un intoppo sopra e fra i vari colori che imbrattavano la tela, poi guardò me colmo di enigmatica ma religiosa ammirazione. Se dicessi che mi sentii onorato di essere preso per l'autore di quella "grande opera", tradirei la mia dignità di uomo e di persona seria perciò guardai interrogativo prima Sua Eccellenza che, era evidente, "non sapeva che pesci prendere" e che, in una situazione di completa confusione mentale non ché culturale, come quella in cui si trovava adesso, e che era simile a quella di tutte le più o meno illustri personalità presenti, mimava le parole del Direttore della Mostra al suo seguito; poi guardai il Direttore della Mostra al seguito di Sua Eccellenza e giunsi alla conclusione che entrambi avevano urgente bisogno di una approfondita visita medico-psichiatrica. La mia attenta valutazione psicologica fu troncata dalla autorevole voce del Direttore della Mostra che invitava Sua Eccellenza a posare con me e con lui accanto alla mia opera che, vista la situazione, ne ero sicuro, nel giro di pochi istanti, da "grande" sarebbe stata promossa al grado di "capolavoro" e, in capo a qualche ora, sarebbe diventata immortale e famosa, se non lo era diventata già, mentre, contemporaneamente, il mio nome sarebbe entrato certamente negli …….annali e nella …..gloria imperitura.
            "Era un onore per lui posare con un grande artista", dichiarava, il Direttore della Mostra, data la rara occasione di battezzarne uno novello e sconosciuto sul campo, beneficando la stampa accreditata di una intervista improvvisata; "era un onore, per lui, essere ritratto con un grande pittore", ripeteva Sua Eccellenza in preda all'enfasi.
            La cosa cominciava a "seccarmi" perché, se devo essere sincero, mi ha sempre dato fastidio l'attenzione del pubblico, specialmente se numeroso e, poi, per una pagliacciata del genere in quanto, dopo i primi momenti di brillante e comprensibile euforia, che sotto un certo aspetto, avevano divertito anche me, la piega che aveva preso la manifestazione per me non era diventata altro. Comunque, tutto ha un limite naturale o determinato all'uopo e, per raggiungere questo limite, sia di una natura sia dell'altra, io sono anche capace di strappare i baffi a Sua Eccellenza ma non ci fu bisogno, comunque, nonostante le mie bellicose intenzioni, di giungere a questi provvedimenti-limite,     ….."strappare i baffi" a Sua Eccellenza…… per metter fine alla cosa, innanzi tutto perché Sua Eccellenza non portava baffi e poi perché, in definitiva, tutto si accomodò, nel migliore dei modi, per entrambe le parti, infatti, a conclusione dell'avvenimento e in riconoscimento della trasformazione di una tela senza valore in un'opera d'arte, l'Organizzazione della Mostra, nella persona del Sovrintendente alla Cultura, si onorò di farmene dono.
            A questo punto, innanzi tutto, cominciai ad ardere dalla voglia di disfarmi del mio "capolavoro" perciò, alla prima richiesta, che ebbi, dal Direttore, di vendere il quadro alla sua galleria, non me lo feci ripetere la seconda volta e resi noto subito che era mia ferma intenzione fare della mia "opera" un personale dono di riconoscenza all'insigne luogo di cultura; poi, come della mia "opera", cominciai anche ad ardere dalla voglia di lasciare, come una crisalide, anche l'involucro di "genio" e di "artista" in cui ero stato immesso a "viva forza" psicologica, e cominciai, altresì anche ad ardere dalla voglia di lasciare quella "fucina" di geni nella quale cominciavo a sentirmi stretto, perciò, espletate alcune formalità di rito, potei finalmente lasciare la Galleria, l'Organizzazione della Mostra, la combriccola di eccellenze e di autorità ed uscire finalmente, nella mia veste vera e autentica e, nel mio metro di considerazione, nella mia dimensione di comunissimo e anonimo mortale, dalla Galleria d'Arte Moderna, alla quale avrei dovuto, nei secoli a venire, ne ero certo, la mia divinizzazione. Più tardi, fuori e lontano da quella fucina di divinizzazioni e a mente fredda e rilassata, feci qualche considerazione in merito all'avventura capitatami. In definitiva, però, non mi era andata proprio male; ero entrato alla Galleria d'Arte Moderna per soddisfare una piccola curiosità improvvisa che, forse, nascondeva anche l'intento segreto di colmare o di arricchire, di qualche nozione utile a divagazioni salottiere, il mio bagaglio culturale e, nel contempo, forse anche di elevare il mio livello spirituale ed emotivo, mediante la contemplazione di qualche linea estetica, e mi ero anche "laureato" artista perché avevo scoperto di essere un grande pittore astrattista e non lo sapevo; che cosa potevo desiderare di più dalla vita?
Da allora ne è passato di tempo!, eppure, dice un mio amico, che di recente è passato in quel paese, c'è ancora chi ricorda l'episodio, unico nel suo genere di uno sconosciuto visitatore della Galleria di Arte Moderna, che si era rivelato un grandissimo pittore astrattista, immortalando un'opera senza valore.
            " E, poi, la mia "opera" che fine ha fatto ? - chiesi, stimolato nella curiosità, al mio amico.
            " Nessuna fine - mi tranquillizzò questi, - in un primo tempo il quadro lo comprò Sua Eccellenza ma, ad un tratto, questi, ritiratosi dalla politica, non ebbe più bisogno di ipocrisie e di recitazioni di fronte alla popolazione e "pensò bene" di cederlo ad un intenditore che gli avrebbe riservato più concreta valutazione di quanto avesse fatto in passato lui e che ne avrebbe avuto maggiore cura e rispetto. Lo comprò, allora, l'ex direttore della Galleria - continuò il mio amico - Aveva raggiunto una certa età, possedeva una grandissima collezione di opere astratte e si ritenne oltremodo onorato, nonché fortunato, di poter ospitare, nella sua Galleria, l'"opera unica" il cui autore, poteva essere detto, "in onor del vero", che era stato da lui scoperto e tenuto a battesimo.
            Aveva sistemato la mia opera, - aveva continuato il mio amico - nel suo studio privato e ogni sera ci si metteva davanti e la esaminava in solitudine per ore ed ore, e per ore ed ore ci meditava su.
            " A che scopo? - gli chiesi ancora, sconcertato ma incuriosito.
            Per riuscire a capire - mi spiegò il mio amico - adesso sono trent'anni che si dedica a questa ricerca, la mia eccelsa ispirazione e, di conseguenza, il mio grande patos nel momento in cui creai quel capolavoro immortale.

 

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