Il quadro astratto.
Non ricordo dove e quando, mi venne lo "sfizio" di visitare una mostra d'arte
moderna. Quando vengono questi desideri improvvisi e…..senza una ragione
apparente….un giustificato motivo…..bisogna soddisfarli…..altrimenti ci si resta
male e si ha pure l'impressione di aver rinunciato a vivere un'esperienza che
può non ripresentarsi più nella nostra vita; quindi, incoraggiato da questo
ragionamento e da queste riflessioni, mi presentai all'ingresso della galleria
e, nell'attesa che questa fosse accessibile ai visitatori, presi a dialogare con
un compagno nella stessa avventura, come si usa fare sui treni dove, nel tempo
intercorrente tra la partenza e l'arrivo, nascono quelle amicizie che si
rivelano sempre come le migliori perché durano l'arco di tempo del viaggio
ferroviario e ci si da sempre un appuntamento che non si realizzerà mai, e, così
facendo, mi trovai fatalmente accodato ad un gruppo, forse animato dalle mie
stesse stimolazioni, che mi introdusse nella dimensione della cultura del luogo
in cui mi stavo introducendo. Ricordo che era un giorno importante, quello; vi
era l'inaugurazione e interveniva, assieme a vari ministri del locale governo,
ai segretari e ai sottosegretari alle varie opere di assistenza e, perché no,
anche di salvaguardia del patrimonio artistico e culturale, nientepopodimenoché
Sua Eccellenza l'Onorevole Pinco Pallino, sovrintendente alle varie gallerie
d'arte moderna e contemporanea e "sostenitore" delle varie correnti culturali e
para-culturali che, rotanti attorno a queste forme estetiche, andavano molto di
moda allora e fornivano loro una ragione di esistenza.
Era una
persona, l'Onorevole Pinco Pallino, lo dicevano tutti, che andava un po' come il
vento. Oggi era bel tempo ed era in auge il romanticismo e lui cominciava ad
ammirare estasiato il panorama campestre o marino che si presentava avanti ai
suoi occhi e a declamare versi di poeti che forse non conosceva nemmeno; domani
la moda si era spostata sul significato dell'esistenza e lui diceva che
bisognava rinnovarsi e riponeva tutta la sua attenzione sui problemi dell'essere
che non avrebbero mai avuto una risposta.
……..dunque,
non divaghiamo, altrimenti, alla Mostra d'Arte non ci arriviamo mai. Prima di
arrivare alla Galleria d'Arte Contemporanea, si passava per la Mostra d'Arte
Moderna, che rispettava, come prima accennato, lo stile espressionistico
tradizionale. L'ingresso era ancora chiuso da un nastro con i colori della
nazione e si aspettava ormai solo l'arrivo di Sua Eccellenza perché questi
avrebbe dovuto tagliare il nastro dell'ingresso e procedere all'inaugurazione.
L'automobile, che aveva l'onore di trasportarlo, giunse fra gli applausi del
pubblico e la catenina d'oro dell'orologio che andava da un taschino all'altro
del suo gilè, mostrò subito che Sua Eccellenza, prima di uscire, si era fornito
abbondantemente di cibarie; forse, chi sa?, per timore che il buffèt della
mostra non lo avrebbe soddisfatto.
……dunque, non
appena fu arrivato, Sua Eccellenza, salì sul podio e innanzi tutto pronunciò, il
discorso di rito dal quale si notò immediatamente, e senza possibilità di
equivoci, che quel giorno il suo pathos emotivo si sarebbe estrinsecato
unicamente nella contemplazione dell'astrattismo più puro. Un altro più nutrito
applauso servì a fargli arrotondare il già nutrito ventre ed, espletate altre
formalità di rito, assolse, finalmente, all'onore di tagliare il nastro
dell'ingresso e, dopo questa cerimonia, la Mostra fu finalmente accessibile al
pubblico.
Non appena
ebbi fatto il mio ingresso nella Galleria, fui accolto e catturato emotivamente
da un meraviglioso ritratto di contadina "svernante" indisturbato al centro del
corridoio. Vivevano in esso una espressività ed una bellezza di forma e di stile
eccezionali. Rappresentava una contadina, sullo sfondo del suo ambiente di vita,
un paesaggio agricolo, nell'atteggiamento del rientro dal lavoro nei campi, con
un grosso fascio di spighe raccolto in un braccio. L'opera comprendeva il mezzo
busto della donna, sulle spalle della quale passava un drappo di stoffa che le
lasciava un scoperto seno e la cui posizione si armonizzava con il fascio di
spighe. Come ho già detto, in quella opera vivevano, al tempo stesso, una tale
espressione di vitalità e di pace, che coinvolgeva tanto emotivamente, che
trovai incredibile che fosse stata abbandonata dall'interesse del pubblico e
delle più autorevoli autorità in materia. La morbidezza e la plasticità delle
forme, i toni brillanti armonizzati con quelli profondi e con quelli opachi
creavano, attorno all'opera, una atmosfera di serenità e di pace, propria della
campagna, di una intensità tale che risultava difficile rinunciare ad immergersi
in quella dimensione anche nella consapevolezza che le emozioni che da essa
erano comunicate, erano una illusione dei nostri sensi. Quando mi accorsi di
suscitare curiosità nei presenti, a causa della mia prolungata osservazione di
quell'opera, per non entrare nel ridicolo, in rapporto alle considerazioni che,
con il mio comportamento, potevo alimentare nella mentalità della media, decisi
di "traslocare" e mi riagganciai al gruppo al quale mi ero unito virtualmente
nell'ingresso alla Mostra che, nel frattempo, nella visita, aveva guadagnato
posizioni già più avanzate delle mie ma, nel raggiungerlo, passai avanti ad
altri due ritratti, anch'essi dotati di una forte carica espressiva, ma, guarda
il caso, anch'essi abbandonati dall'interesse generale.
Quando giunsi all'ingresso della mostra d'Arte Contemporanea, l'astrattismo più
puro, con tutte le sue forme e tutti i suoi aspetti più astrusi, ma liberamente
interpretabili, mi aggredì senza pietà. Come fui entrato nella sua area, subito,
alla mia destra, vidi, sopra un piedistallo di marmo serpentino, quello che
originariamente doveva essere stato la sezione, di forma tubolare, di una
spalliera, di uno di quei letti di ottone, in uso nel secolo scorso; uno di quei
letti della bisnonna, tanto per intenderci. Lo osservai molto attentamente e non
mi accorsi che lo studio di cui beneficiai l'"opera", fu la causa del mio
allontanamento dalla "chiave" in cui era stata allestita tutta la mostra,
l'arte, la creatività e, nonostante tutto, la cultura, e nella quale essa doveva
essere "letta", interpretata e vissuta perché, al termine della mia "perizia"
dell'"opera", giunsi alla conclusione che, anche nell'ignoranza del suo prezzo,
qualunque le fosse stato attribuito, essa non doveva avere un valore molto
elevato perché, considerato anche il materiale e la mano d'opera impiegati per
realizzarla, l'elemento compositivo principale, da cui essa era composta, un
semplice tubo di ottone, dopo essere stato segato per un breve tratto nei punti
che ne segnavano le sue estremità, era stato spezzato nettamente ed era tutto
contorto e, in una curva, la più alta delle due che vi erano, c'era, impressa
anche una poderosa martellata che lo deformava ulteriormente e, in conclusione,
non presentava elementi decorativi di alcun genere. Volli approfondire la
considerazione della natura dell'opera; volevamo definirla una scultura?
Scultura non era; volevamo definirla una "composizione"? Poteva anche essere
"vista" in questa ottica ma, in questo caso, doveva essere soggetta ad una
personale e libera interpretazione. Mi meravigliai non poco quando,
avvicinatomi, lessi, su di un cartoncino che vi era attaccato, il suo titolo,
"La nascita di mio figlio"; seguiva o precedeva, non ricordo, il nome
dell'autore, ma rimasi letteralmente allibito quando vidi che un tizio in livrea
si avvicinò e, vicino a quel cartellino, ne attaccò un altro su cui era scritto
"Venduto" e che il valore che le era stato attribuito superava, ad un calcolo
molto sommario, intorno alle ventimila volte il suo valore reale che, a ragion
veduta, ritenni che sarebbe stato calcolato più obiettivamente, oltre che più
professionalmente e più razionalmente, da un fabbro invece che da un collegio di
critici d'arte. Esaurito l'intervento della valutazione di questa opera, mi
guardai di nuovo attorno. Sua Eccellenza l'Onorevole Pinco Pallino, circondato
dal suo seguito, esaltava con enfasi, come se fosse lui l'autore, tutte le
"grandi opere" che ammirava, da fili di ferro attorcigliati fra di loro, volenti
significare "La vita e la morte", a veri e propri schizzi di piombo fuso
solidificati all'istante, che erano intitolati "Il bene eterno". Il Direttore
della Mostra in persona, anch'egli artista di illuminata scuola e di chiara ed
indiscussa fama, era al suo seguito per guidarlo nel labirinto dell'astrattismo,
nel quale non si sa quanto ci capisse lui stesso, e per far fronte alle
necessità di chiarimenti e di spiegazioni che, sebbene egli si sforzasse di non
avere bisogno, era evidente che gliene si presentava una necessità sempre più
grande e, allora, a questo punto, visto come procedevano le cose, io ritenni più
proficuo dedicarmi di nuovo alla mia cultura anziché seguire il corteo dei
personaggi e associarmi al loro presenzialismo.
Dopo aver ammirato un quadro al quale era stato attribuito un valore che
giudicai sproporzionato, anche nella considerazione di tutto ciò che
comprendeva, cornice (forse il suo elemento più pregiato), tela, tecnica
speciale per realizzarlo e quantità di colori pregiati che vi erano stati
schizzati sopra, con arte e stile inimmaginabili, la mia curiosità fu attratta
da un penetrante e intenso odore di vernice che si effondeva tutt'intorno da una
direzione precisa ma non ancora identificata; dedussi che nelle immediate
vicinanze dovesse esservi in esecuzione o non ancora asciugato, un lavoro di
natura muraria imprecisata, una specie di "cantiere" non ancora chiuso o……
qualcosa di simile, i cui "vapori", a causa dei continui spostamenti dei
visitatori da un'opera all'altra, arrivavano, a "ondate", fino a me. Volsi lo
sguardo intorno e la mia attenzione fu attirata adesso da un pannello, che,
stranamente, era stato tenuto fuori dell'itinerario di Sua Eccellenza perchè
all'atto di farvi una sosta, come tappa dell'itinerario, il Direttore della
Mostra aveva pilotato abilmente, con chiacchiere e gesticolazioni varie, Sua
Eccellenza all'ammirazione dell'opera successiva, facendogli eludere quella e,
con quella, anche l'odore di vernice che da essa si effondeva. Ad una attenta
riflessione, ritenni che il fatto non fosse casuale ma causale e, senza "dare
nell'occhio", mi separai ormai nettamente dal gruppo dei visitatori, di cui
facevo ancora parte virtuale, e mi avvicinai sensibilmente all'"opera" che aveva
attirato la mia attenzione, la mia curiosità e il mio interesse. Fin dal mio
primo sguardo, quasi non credei ai miei occhi; sopra la tela era stato fatto un
impasto indecifrabile di colori che con l'astrattismo, disciplina e corrente
culturale e artistica, non aveva niente a che vedere, e, adesso, da vicino,
potei anche avvertire l'odore di vernice che si effondeva tutt'intorno ad essa
in tutta la sua intensità. A questo punto notai che, all'esplicazione mia di
tale forma di interesse, un altro tizio in livrea, a pochi passi da me, mi degnò
di uno sguardo poco allettante ed esplicitamente in aperto conflitto con la mia
curiosità e questo mi significò in modo evidente e non eludibile che avevo
"ficcato il naso" dove avrei dovuto farmi i fatti miei. Le situazioni misteriose
hanno il potere di stimolarmi la curiosità, la partecipazione e la ricerca della
verità, come è giusto che sia, e come avvenne, e perciò, in piena dimensione di
ricerca e di indagine, sfidai lo sguardo poco rassicurante del tizio con la
livrea, e, producendomi nel più amabile sorriso che seppi improvvisare e che
voleva essere, almeno nelle mie intenzioni, di conciliazione, di provocazione e
di derisione insieme, domandai a costui con la massima disinvoltura che seppi
sfoggiare:
" Come si
intitola questo quadro? -
Sia
l'espressione verbale che quella mimica piacquero ancora di meno al tizio con la
livrea che, con evidente aria "seccata", mi rispose con una malagrazia che non
si curò assolutamente di nascondere o di ammorbidire:
" ….che…. non
sa leggere? -
La risposta,
acerba come mai ne avevo sentite, non mi scoraggiò, anzi, ebbe il potere di
inacerbire anche me e di stimolarmi ancora di più nel perseguimento dei miei
obiettivi che, così facendo, si moltiplicarono invece di diminuire e, quindi, in
piena dimensione di una "singolar tenzone" condotta sul filo della dialettica,
della battuta salace, del sarcasmo e della contrapposizione di opinione, seguii
il consiglio del tizio e, allo scopo di dimostrargli che le sfide andavano
affrontate sulla base della competenza della materia in oggetto e della ragione
della contesa, e non sulla falsariga del dispetto personale o degli interessi di
parte, mi avvicinai ancora di più all'opera, innanzi tutto per rendermi conto
della sua natura e della sua consistenza e poi, per far capire, sempre al tizio
con la livrea, che, al di là delle intenzioni primarie o impulsive, la mia era
diventata una sfida culturale reale tra me e l'Ente, di cui lui era dipendente e
rappresentante, e, a questo punto, con atteggiamento esplicitamente intenzionale
o provocatorio, allo scopo di vederla e di leggerla, avvicinai lo sguardo alla
targhetta che, intuii, sistemata in calce all'opera proprio in modo per non
essere né notata, né letta. Scribacchiata alla meglio e, palesemente
improvvisata per l'occasione, recava la scritta, che nell'intenzione dello
scrivente doveva sostenere il ruolo del titolo dell'opera, "Notte di plenilunio"
e, sulla base della sua esistenza, cominciai a trarre le mie deduzioni. In
quell'impasto di colori, che effondeva tutt'intorno un odore di cantiere edile
invece che di studio artistico, io non vedevo né la notte, né il cielo, né la
luna però, mi accorsi che, al loro posto, c'era qualcosa di molto più importante
di quelle romanticherie che, anche indicate dal titolo, su quel pannello,
innanzi tutto non apparivano e, poi, che sarebbero risultate anche un po' fuori
luogo o, quanto meno, fuori della loro collocazione naturale. Dietro il
pannello, che poteva avere una superficie di un buon metro quadrato, c'era il
cattivo servizio della squadra di operai che fino al giorno precedente aveva
lavorato per preparare i locali per il giorno dell'inaugurazione e per la
successiva visita del pubblico e di Sua Eccellenza. Dietro il "quadro" un gran
pezzo di intonaco era caduto lasciando i mattoni scoperti e gli operai addetti
ai lavori avevano reputato più comodo, oltre che più rapido, "coprire" il
problema strutturale con un "capolavoro" nuovo di zecca anziché riparare il
problema sopravvenuto secondo le regole della corretta tecnica cantieristica,
cosa, che, avrebbe richiesto ovviamente, più tempo, più applicazione e più
impegno. Il "quadro", un "capolavoro" composto per l'occasione, sia come opera
sia come servizio, assolveva, in realtà, alle funzioni di una "toppa" e se,
originariamente poteva assolvere, come era stato fatto passare, alle funzioni di
"opera-tappezzeria" o di "riempimento", in seguito al mio inopportuno
intervento, veniva a perdere la funzione artistica assegnatale arbitrariamente,
e assumeva quella specificamente muraria; …..beh….grande consolazione
artistica!….niente di tutto questo, e dovei prenderne atto subito perchè,
abbandonato, a questo punto e definitamene, al suo itinerario culturale, il
gruppo di cui facevo parte, e nel quale, assorti, come erano tutti, nella
contemplazione delle "linee estetiche astratte", della mia ininfluente
presenza-assenza, non si era accorto nessuno, decisi di scoprire e di calcolare
da quanto tempo era stato fatto il "servizio" per capire se la sua "trovata" era
stata un espediente d'emergenza risalente ai momenti immediatamente precedenti
l'apertura della galleria, o se risaliva alla giornata precedente, ultima
giornata di lavori, per cui avrebbe recato in se, fra i suoi elementi
compositivi, l'aggravante della premeditazione, e a questo punto, avvenne
l'inimmaginabile. Allo scopo impostomi, ritenendo di essere sufficientemente
isolato da tutti i visitatori della galleria delle immediate vicinanze, posi le
quattro dita della mia mano destra nell'angolo del quadro in alto a sinistra e,
con qualche sinusoide, raggiunsi l'angolo opposto, imbrattandomi la mano della
vernice fresca, densa e vischiosa.
" Alt! Fermo
così! - mi ordinò improvvisamente una voce alle mie spalle e, immediatamente,
fui "aggredito" da un flash.
Confesso che
mi sentii improvvisamente perduto; ero sicuro di essere solo e non lo ero per
cui tutte le idee bellicose che mi avevano animato e sostenuto fino ad un attimo
prima, nel prendere le mie iniziative, si dissolsero come neve al sole e, per un
attimo, rimasi fermo, immobile, attonito, in attesa degli eventi. "Gli eventi",
per una breve porzione di secondi, che il mio spirito tradusse all'infinito, non
si verificarono e questo favorì un improvviso e allarmato argomentare del mio
cervello che, in quel momento, si sentì combattuto tra la belligeranza ad
oltranza e la resa incondizionata. "Mi hanno colto in flagrante adulterio di
opere d'arte", pensai subito, " e mi hanno scattato la fotografia per avere la
prova inconfutabile del reato e della mia colpevolezza; non mi resta che tentare
di comprare il silenzio riparando materialmente al danno….", ma scartai
aprioristicamente l'ipotesi perché non ero un restauratore di opere d'arte e
considerai che, nel mio caso, l'unica soluzione meno disonorevole possibile
sarebbe potuta essere, nell'ipotesi più realistica, l'acquisto del silenzio o la
conciliazione della pena, che sarebbero potuti corrispondere entrambi più
realisticamente all'acquisto dell'"opera", il quadro "adulterato", qualunque
prezzo mi fosse stato chiesto, e fare, a causa del sopravvenire incontrollato
degli eventi, che non avevo saputo prevedere, come si suole dire, "buon viso a
cattivo gioco", quando, già all'atto di tirar fuori il portafogli per far fronte
ai doveri del caso, voltandomi nella direzione dalla quale intuitivamente avevo
visto arrivare il "flash", adesso fui letteralmente "fatto segno" agli sguardi
attoniti di tutte le più o meno eccellenze e autorità che quel giorno e in quel
momento onoravano la Mostra e le conferivano lustro e luminosità artistica con
la loro illuminata presenza. Il Direttore della Mostra al seguito di Sua
Eccellenza guardò e riguardò il quadro, "rielaborato" un momento prima dalle mie
mani, mutando continuamente posizione alla sua testa che, in quel particolare
momento, parve assumere tutti gli atteggiamenti che le sarebbero stati permessi
da una profonda esecuzione di joga.
" …..ma …..ma…..ma questo è un capolavoro….una opera d'arte! - esclamò
entusiasta, con una reverenzialità religiosa.
Sua
Eccellenza, a quelle autorevoli parole, guardò in estasi prima il quadro, sul
quale quattro larghe sinusoidi scorrevano senza un intoppo sopra e fra i vari
colori che imbrattavano la tela, poi guardò me colmo di enigmatica ma religiosa
ammirazione. Se dicessi che mi sentii onorato di essere preso per l'autore di
quella "grande opera", tradirei la mia dignità di uomo e di persona seria perciò
guardai interrogativo prima Sua Eccellenza che, era evidente, "non sapeva che
pesci prendere" e che, in una situazione di completa confusione mentale non ché
culturale, come quella in cui si trovava adesso, e che era simile a quella di
tutte le più o meno illustri personalità presenti, mimava le parole del
Direttore della Mostra al suo seguito; poi guardai il Direttore della Mostra al
seguito di Sua Eccellenza e giunsi alla conclusione che entrambi avevano urgente
bisogno di una approfondita visita medico-psichiatrica. La mia attenta
valutazione psicologica fu troncata dalla autorevole voce del Direttore della
Mostra che invitava Sua Eccellenza a posare con me e con lui accanto alla mia
opera che, vista la situazione, ne ero sicuro, nel giro di pochi istanti, da
"grande" sarebbe stata promossa al grado di "capolavoro" e, in capo a qualche
ora, sarebbe diventata immortale e famosa, se non lo era diventata già, mentre,
contemporaneamente, il mio nome sarebbe entrato certamente negli …….annali e
nella …..gloria imperitura.
"Era un onore
per lui posare con un grande artista", dichiarava, il Direttore della Mostra,
data la rara occasione di battezzarne uno novello e sconosciuto sul campo,
beneficando la stampa accreditata di una intervista improvvisata; "era un onore,
per lui, essere ritratto con un grande pittore", ripeteva Sua Eccellenza in
preda all'enfasi.
La cosa
cominciava a "seccarmi" perché, se devo essere sincero, mi ha sempre dato
fastidio l'attenzione del pubblico, specialmente se numeroso e, poi, per una
pagliacciata del genere in quanto, dopo i primi momenti di brillante e
comprensibile euforia, che sotto un certo aspetto, avevano divertito anche me,
la piega che aveva preso la manifestazione per me non era diventata altro.
Comunque, tutto ha un limite naturale o determinato all'uopo e, per raggiungere
questo limite, sia di una natura sia dell'altra, io sono anche capace di
strappare i baffi a Sua Eccellenza ma non ci fu bisogno, comunque, nonostante le
mie bellicose intenzioni, di giungere a questi provvedimenti-limite,
….."strappare i baffi" a Sua Eccellenza…… per metter fine alla cosa, innanzi
tutto perché Sua Eccellenza non portava baffi e poi perché, in definitiva, tutto
si accomodò, nel migliore dei modi, per entrambe le parti, infatti, a
conclusione dell'avvenimento e in riconoscimento della trasformazione di una
tela senza valore in un'opera d'arte, l'Organizzazione della Mostra, nella
persona del Sovrintendente alla Cultura, si onorò di farmene dono.
A questo
punto, innanzi tutto, cominciai ad ardere dalla voglia di disfarmi del mio
"capolavoro" perciò, alla prima richiesta, che ebbi, dal Direttore, di vendere
il quadro alla sua galleria, non me lo feci ripetere la seconda volta e resi
noto subito che era mia ferma intenzione fare della mia "opera" un personale
dono di riconoscenza all'insigne luogo di cultura; poi, come della mia "opera",
cominciai anche ad ardere dalla voglia di lasciare, come una crisalide, anche
l'involucro di "genio" e di "artista" in cui ero stato immesso a "viva forza"
psicologica, e cominciai, altresì anche ad ardere dalla voglia di lasciare
quella "fucina" di geni nella quale cominciavo a sentirmi stretto, perciò,
espletate alcune formalità di rito, potei finalmente lasciare la Galleria,
l'Organizzazione della Mostra, la combriccola di eccellenze e di autorità ed
uscire finalmente, nella mia veste vera e autentica e, nel mio metro di
considerazione, nella mia dimensione di comunissimo e anonimo mortale, dalla
Galleria d'Arte Moderna, alla quale avrei dovuto, nei secoli a venire, ne ero
certo, la mia divinizzazione. Più tardi, fuori e lontano da quella fucina di
divinizzazioni e a mente fredda e rilassata, feci qualche considerazione in
merito all'avventura capitatami. In definitiva, però, non mi era andata proprio
male; ero entrato alla Galleria d'Arte Moderna per soddisfare una piccola
curiosità improvvisa che, forse, nascondeva anche l'intento segreto di colmare o
di arricchire, di qualche nozione utile a divagazioni salottiere, il mio
bagaglio culturale e, nel contempo, forse anche di elevare il mio livello
spirituale ed emotivo, mediante la contemplazione di qualche linea estetica, e
mi ero anche "laureato" artista perché avevo scoperto di essere un grande
pittore astrattista e non lo sapevo; che cosa potevo desiderare di più dalla
vita?
Da allora ne è passato di tempo!, eppure, dice un mio amico, che di recente è
passato in quel paese, c'è ancora chi ricorda l'episodio, unico nel suo genere
di uno sconosciuto visitatore della Galleria di Arte Moderna, che si era
rivelato un grandissimo pittore astrattista, immortalando un'opera senza valore.
" E, poi, la
mia "opera" che fine ha fatto ? - chiesi, stimolato nella curiosità, al mio
amico.
" Nessuna
fine - mi tranquillizzò questi, - in un primo tempo il quadro lo comprò Sua
Eccellenza ma, ad un tratto, questi, ritiratosi dalla politica, non ebbe più
bisogno di ipocrisie e di recitazioni di fronte alla popolazione e "pensò bene"
di cederlo ad un intenditore che gli avrebbe riservato più concreta valutazione
di quanto avesse fatto in passato lui e che ne avrebbe avuto maggiore cura e
rispetto. Lo comprò, allora, l'ex direttore della Galleria - continuò il mio
amico - Aveva raggiunto una certa età, possedeva una grandissima collezione di
opere astratte e si ritenne oltremodo onorato, nonché fortunato, di poter
ospitare, nella sua Galleria, l'"opera unica" il cui autore, poteva essere
detto, "in onor del vero", che era stato da lui scoperto e tenuto a battesimo.
Aveva
sistemato la mia opera, - aveva continuato il mio amico - nel suo studio privato
e ogni sera ci si metteva davanti e la esaminava in solitudine per ore ed ore, e
per ore ed ore ci meditava su.
" A che
scopo? - gli chiesi ancora, sconcertato ma incuriosito.
Per riuscire
a capire - mi spiegò il mio amico - adesso sono trent'anni che si dedica a
questa ricerca, la mia eccelsa ispirazione e, di conseguenza, il mio grande
patos nel momento in cui creai quel capolavoro immortale.
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