...un ricordo…nulla più…

               

             Erano circa le ore sedici di una grigia e fredda giornata d’autunno, quando decisi di riordinare il mio vecchio studio. Era, quello, un locale che avevo lasciato ormai da qualche tempo e che, sempre considerato studio, con il passar degli anni era diventato un vero e proprio archivio in quanto, durante tutto il corso della mia vita, avevo finito col custodirvi ogni cosa che, per un motivo o per un altro, mi fosse rimasta cara, che mi avesse interessato o che mi fosse piaciuto conservare, magari più per sentimentalismo che per altro.

            Un’intera parete dello studio era occupata da uno scaffale immenso riservato, in modo particolare, ai primi anni della mia carriera letteraria; in questo scaffale, infatti, custodivo tutte quelle opere che rappresentavano le varie tappe da me raggiunte o stabilite, nella cultura e nell’editoria, dai primi difficili tentativi di pubblicazione, alle prime affermazioni letterarie ed editoriali e, sistemata in esso, vi era anche una gra parte di tutta la mia primissima produzione, vale a dire che vi era  anche quella produzione che, poi, a tutti gli effetti corrispondeva a tutti quei tentativi, ancora antecedenti allo stadio professionale vero e proprio, raccolte di manoscritti che, ancora, non avevano avuto il battesimo della macchina per scrivere e nelle quali mi riflettevo io con le mie emozioni, raccolte di fogli unici che non avevano ancora grande significato se non per me, e tutta quella parte che rappresentava, tutta, indistintamente, una significativa anticipazione di quel che sarebbe arrivato più tardi e che io custodivo gelosamente perché, anche in una considerazione di "figlia minore", anch’essa era un prodotto della mia creatività e un prodotto nel quale, indipendentemente dall’interesse letterario che poteva o non rappresentare, si rifletteva il me stesso più vero e non quel "me stesso" che indulgeva, come accadeva in alcune altre opere più posteriori, più evolute, ed editorialmente più fortunate, ad una sorta di compromesso tra la mia vera identità creativa e letteraria e ciò che era nelle aspettative del lettore, quindi, tutte quelle opere, in sostanza, che risultavano, come si usava dire, genuine, vale a dire, non contaminate da alcuna "attesa" e da alcuna influenza di natura esterna ed artefatta; tutte quelle opere, praticamente, che non erano state sottoposte all’esame dell’editore o che non avevano ancora stimolato il suo interesse; dopo di queste aveva inizio la serie di quelle opere nelle quali avevo anche cominciato ad inquadrare il gusto e ad andare, nei limiti concessimi dall’autenticità delle mie idee e della mia creatività ed identità letteraria, incontro alle aspettative del pubblico perché, alla sostanza, ero io, assieme agli altri come me, che, al pubblico, gli "tracciavamo la strada" della lingua, della cultura e della evoluzione, ma era lui, il pubblico, il lettore, che camminava questa strada e la connotava.

            Come ebbi varcato la soglia della stanza, un odore di chiuso mi assalì penetrante; le persiane socchiuse delle due finestre che davano sul giardino, proiettavano sul pavimento e sopra uno spigolo della scrivania, una esangue luce grigia di tanto in tanto animata da un sonnolento tremolio di foglie; tutto il resto era immerso in una fredda penombra autunnale.

            Appena entrato rivolsi la mia attenzione allo scaffale accennato. Uno sguardo generale fu sufficiente per rendermi l’idea di ciò che dovevo fare e immediatamente mi disposi al lavoro. Innanzi tutto, quella serie di libri lì sotto, doveva cambiare posto; sarebbe andata bene al piano superiore; nello spazio fatto poi, era mia intenzione mettere, in ordine cronologico, tutta la "famosa" mia prima produzione.

Poco dopo fu tutto a posto. Mi ripassarono tra le mani il mio primo volume di novelle, "Racconti Sparsi". Quanti ricordi e quante emozioni, vivevano ancora una loro vita in quelle poche pagine! Il mio primo romanzo "Hawaii", il sogno di tre marinai americani diventato realtà nella splendida cornice dei mari del sud; il mio primo "Classico dell’orrore", "Il tesoro maledetto"; rividi, ancora, come allora, attraverso le mie descrizioni ancora vive, le tetre, ampie stanze dell’antico maniero; .......... ne seguirono molti altri ..........

            In circa due ore avevo messo l’ordine che desideravo da tempo; il lavoro non era completo, ma il mio fisico non era più quello di trent’anni prima e, fra metti, togli, sposta, sostituisci ecc., ecc., la stanchezza mi convinse che un po’ di riposo non mi avrebbe fatto male.

            Ero solito, perché mi piaceva, in circostanze simili, immergermi nella lettura di qualche mia opera giovanile; ritrovavo, in tal modo, l’atmosfera della mia migliore età; tornavo indietro con gli anni. Ogni volta che prendevo uno dei miei volumi giovanili era come se scoprissi sempre qualcosa di nuovo in un mondo che già conoscevo nei minimi particolari. A fatica mi sporsi dalla scrivania e, con l’aiuto della vecchia e polverosa luce della lampada, rovistai, con lo sguardo, lungo tutto un piano che fino a quel momento era rimasto estraneo alle mie sistemazioni. Scorsi con gli occhi uno per volta tutti i libri dello scaffale; quando arrivai all’ultimo, vidi qualcosa che non riuscii ad identificare al primo sguardo. Era una cartella verde di cartone, il suo colore era scomparso quasi del tutto dalla sua superficie, ed era coperta dalla polvere. Era una di quelle cartelle in cui si raccolgono manoscritti, testi, blocchi-notes ecc., ecc., e, per quanti sforzi di memoria facessi, non riuscivo a collegarla alla mia vita passata. Certo, assorbito dalla vita e dagli impegni oltre ogni previsione e aspettativa, dovevo averla abbandonata lì per chi sa quanto tempo, se, adesso che la rivedevo, mi appariva quasi come sconosciuta. No; per quanti sforzi facessi, almeno nella mia testa, nei miei ricordi, quella cartella rimaneva estranea a tutto il mio operato, però, bastò che la aprissi, che un cosa mi fece tornare alla mente un intero arco della mia vita, un’intera epoca da me vissuta; il programma del novembre 1964 del teatro dell’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma, in Italia; erano i miei diciotto anni, la parte più genuina della mia prima produzione.

            Rividi i fogli gialli su cui scarabocchiavo le bozze dei miei primi scritti. Un foglio protocollo che stava sopra a tutto, piegato più volte, conteneva un tema da me svolto quando frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Roma.

            Rovistai curioso fra le varie carte ingiallite dal tempo, quasi tutte scritte a mano e sepolte nel tempo e nell’oblio. In esse si rispecchiava un’epoca con il suo carattere, i suoi desideri, i suoi sogni, le sue passioni, le sue aspirazioni, i suoi entusiasmi, le sue delusioni, le sue amarezze. Un quaderno scritto a metà conteneva il principio di ciò che volevo far diventare il mio capolavoro di impressionismo letterario; forse un’idea campata in aria; ero giovane! Sotto il quaderno trovai una lettera anch’essa ingiallita dagli anni. L’intestazione nella mia vecchia calligrafia dai caratteri oblunghi e rapidi, diceva: "Gent.ma Sig.na Anna M. G. - Via Iberia 18 - Roma". Certo, là per là, la lettera mi diceva poco o niente, però sentivo in me stesso qualcosa che non rimaneva indifferente alla vista di quella busta, alla lettura di quel nome. A giudicare dalla reazione del mio subcosciente, essa doveva essere appartenuta, anzi, doveva aver caratterizzato un periodo della mia vita.

            La busta non era chiusa; ne tirai fuori il contenuto, un foglietto scritto a mano con la medesima calligrafia, in cui si leggevano queste parole: "Mia cara Anna, poiché mi hai fatto salire e scendere le scale ripetutamente ed invano per andare in portineria a ritirarti la posta che, costantemente, non arrivava, ho pensato di esaudire io, questa volta, i tuoi desideri, con questa lettera nella quale ho affidato alla carta e alla mia penna il compito di comunicarti quel che sento per te perché questa comunicazione, espressa soltanto con i mezzi che ci consente la nostra vita quotidiana, la parola formale e nient’altro, non assumerebbe il significato che io desidero darle e le mie parole, a questo punto, non potrebbero arrivare a te nel loro giusto spirito. È nelle mie speranze che tu non faccia fare a questa breve lettera la fine del cestino e che tu riesca a cogliere il giusto spirito di queste mie semplicissime ma sentite parole perché ho vissuto nella speranza di dirtele da quando i miei occhi hanno incontrato i tuoi e da quando questo avvenimento ha cambiato la mia vita. A questo punto, mi auguro vivamente, che questa breve lettera che, in questo momento, è nelle tue mani e che stai leggendo, costituisca soltanto un ponte levatoio che si abbassi e che mi conduca a te per consentirmi di continuare questo discorso nella sua più vera e giusta dimensione. Sei la più bella ragazza del mondo; questa volta, forse, dirai che ho esagerato un po’; può anche darsi che ciò corrisponda a realtà, ma io ti vedo così. Ti voglio bene, Alberto."

            Quelle parole scritte in fretta con una grafia che tradiva l’eccitazione per l’approssimarsi degli eventi, e l’emozione per la realizzazione del sogno più bello della vita, mi destò il ricordo, non svanito ma assopito, di un ritaglio molto importante della mia vita. Quanti ricordi, legati a quelle poche righe di emozione, sepolti nel tempo, riaffioravano adesso alla mia memoria!

            La storia ebbe inizio, se ricordo bene, quando tornai dalla villeggiatura estiva del lontano 1964. Conoscevo una ragazza, Anna, nel palazzo in cui abitavo; era un’amica delle mie sorelle.

            Conosciutala, per caso, mio cugino, capitato un giorno a casa mia mentre, fatalmente, c’era lei, dopo un paio di incontri, di dimensione studentesca, nella medesima dimensione studentesca, ci si fidanzò. I due, però, forse, non erano fatti l’una per l’altro perché lei, nonostante fosse stata, nella sua dimensione di femminilità, promotrice del rapporto, che aveva accettato con convinzione e trasporto, non abbandonava un complesso di atteggiamenti civettuoli, che erano una caratteristica del suo carattere e del suo modello di comportamento, e che erano stati anche fautori del rapporto con mio cugino; lei gli provocava la gelosia, e si godeva la vita in piena tranquillità, e lui, invece, non sopportava quegli atteggiamenti, di cui lui stesso era stato un oggetto, anche se non consapevole, e si rodeva il fegato tutto il giorno. Una situazione del genere non poteva andare avanti a lungo e, infatti, come si furono fidanzati, tempo qualche mese, si lasciarono. Beh, cosa volete, la ragazza mi era sempre piaciuta anche se, fino a quel momento, non avevo mosso alcun passo nei suoi confronti; fisicamente era proprio il tipo che avevo sempre desiderato, corpo ben tornito, senza uno spigolo; al carattere sarei passato sopra con una certa facilità, infatti, pensavo che il mio, accomodante anziché no, era l’ideale per andare d’accordo con lei. Non avevo tentato alcun approccio fino a quel momento, anche sentendo una notevole attrazione per lei, non so nemmeno io per quale ragione, ma il passaggio di mio cugino in questa storia fu come una molla che promosse la mia scelta e la mia decisione e, quindi, senza nemmeno accorgermene, dal semplice rapporto di amicizia o di buon vicinato, mi scopersi a corteggiarla assiduamente. Il nuovo stato di cose aveva i suoi alti e bassi ma, anche essendo, sotto certi aspetti, ciò, cosa normale, non riuscivo a comprendere, minimamente le sue risposte alla situazione che tentavo di impostare; ciononostante, anche contro i consigli di mio cugino che, conoscendo meglio di me il carattere di questa ragazza, mi sconsigliava o, meglio, tentava di dissuadermi dal continuare, e contro il parere di due miei cari amici, che sentivano per me un affetto fraterno e sincero, ciononostante, dicevo, volli proseguire nei miei tentativi perché sentivo per questa ragazza qualcosa che andava oltre la semplice simpatia e anche oltre la ragione. Si, era proprio così; il grande trasporto, quando meno me l’aspettassi, era arrivato e, con esso, i sentimenti e, possiamo dire anche che, nel mio caso, questi erano arrivati anche prematuramente perché, il rapido insorgere di questi, mi aveva fatto vedere come realizzata una cosa che, nella realtà, non era nemmeno all’inizio del suo cammino e a questo punto, con la situazione così messa, le cose cominciarono a peggiorare.

            Quando si è innamorati, l’unico equilibrio che bisogna mantenere a tutti i costi è quello psichico in quanto, il controllo delle proprie emozioni, dipende soprattutto da questo per la semplice ragione che, se l’innamorato si abbandona, non tanto al suo nuovo stato d’animo che, la frequentazione della ragazza dei suoi sogni, gli procura, quanto alla dimensione di sensazioni e di emozioni nuove, e bellissime, senza dubbio, che tale frequentazione gli dona o ciò avviene troppo presto, rispetto ai reali tempi di maturazione delle situazioni, nel novanta per cento dei casi perde la lucidità per mettere in atto le sue strategie di approccio e di conquista e mette in grande pericolo il raggiungimento degli obiettivi che si prefigge perchè rischia di trasformare il futuro godimento della realizzazione di un amore, in immediata sofferenza per una cocente delusione. A quel tempo io ero un tipo molto emotivo, conseguentemente, avendo dedicato a questa ragazza, molto di me stesso, anche considerandomi fuori gara fin dal primo momento, in quanto non mi ritenevo all’altezza delle sue pretese in fatto di posizione sociale ed economica, come mi accorsi di essere riuscito a fare il primo passo, vale a dire, quanto meno, in qualche modo, di essere riuscito ad interessarla, quasi non credei in me stesso in quanto, paradossalmente, dati gli antefatti, la cosa non mi parve vera e, nell’entusiasmo dei miei sentimenti, vidi addirittura il matrimonio "dietro l’angolo". Questo fatto mi gratificò di emozioni a non finire però, questa dimensione, invece di elevarmi spiritualmente, come sarebbe stato più logico e nella sua funzione, non solo mi diede la totale cecità sulla evoluzione della situazione che, invece, anche senza dover essere considerata un problema trascendentale, richiedeva, comunque, da parte mia, poco spazio alle emozioni, per le quali ci sarebbe stato sempre tempo in seguito, e molta attenzione alla evoluzione della situazione e alla forma caratteriale della ragazza, per un ovvio scopo di dominio della strategia, in quanto era questo che mi avrebbe consentito la costruzione del rapporto che era nelle mie intenzioni raggiungere, ma non mi fece capire nemmeno di che natura era costituita la sfera umana della ragazza che promuoveva le mie emozioni e i miei sentimenti. Comunque fosse, compiuto, come ho detto, il primo passo, come ripeto, quasi senza accorgermene e quasi non credendolo possibile, vidi il mio sentimento, che ancora, forse, non aveva nemmeno forma definita e connotata, già realizzato e ne fui tanto felice che mi sembrò, nel mio ambito individuale, di toccare classicamente "il cielo con un dito". Non ci sarebbero stati problemi se la suddetta situazione si fosse verificata anche nella ragazza cui io aspiravo e che era la fautrice di tante emozioni, ma, invece, fu tutto il contrario. Tutto fu dovuto al fatto infelice e fatale che, nel "leggere" alcune espressioni di questa ragazza le avevo interpretate erroneamente per un ricambio delle attenzioni che io avevo per lei e, invece, in queste, come ricambio non c’era niente e quelle espressioni, che io avevo "letto" come tali, erano solo un fatto casuale che con eventuali emozioni non aveva niente a che vedere e a che fare. Quando ciò si rese palese e me ne accorsi, mio malgrado, nel pieno infuriare dei miei sentimenti per lei, era troppo tardi per tirarmi indietro senza danni e fui oggetto di una delusione tale che lo stato che ne derivò mi scosse profondamente tutto il sistema nervoso. Per me fu una cosa tremenda; avevo visto la felicità, che ciò rappresentava per me Anna, ad un passo da quando mi ci separava un baratro ed ecco che, al momento di prenderla, di afferrarla, una realtà cruda alla quale, in quella dimensione, non pensavo proprio, mi si rivelava in tutta la sua crudeltà; io ero profondamente innamorato della ragazza ma lei non lo era di me; rimanevo preda di un’illusione e della delusione.

            La delusione mi aveva ridotto letteralmente a pezzi. La tensione nervosa, sempre in aumento, mi faceva deperire giorno per giorno e questo mi fece preoccupare molto per la mia salute ma, grazie all’assistenza, in questa situazione, di un medico amico e alla vicinanza di amici più esperti di me in situazioni di questo genere, mi convinsi ben presto, che, più che di cure mediche, avevo bisogno solo di distrazione, unicamente di molta distrazione, di interessi che mi tenessero molto occupato e di relax.

            Ricordo che a quei tempi, una cosa che mi piaceva immensamente fare e che desideravo molto, oltre allo scrivere, era viaggiare, cosa che, del resto, piaceva e piace sempre a tutti, ma cosa volete, avevo vent’anni, ero studente e appartenevo ad una famiglia di possibilità economiche non floride; come potevo procurarmi i mezzi autonomi per realizzare questa mia aspirazione? Era logico che essi mi mancassero, ed era anche logico che fosse così; se fossi stato miliardario il problema non si sarebbe nemmeno posto, e, in tal caso, probabilmente, mi sarei trovato anche in una situazione radicalmente e profondamente diversa da quella che mi aveva causato il problema che adesso mi assillava, ma, la situazione era quella che era e dovevo rassegnarmi a reagire al mio problema nel meno peggiore dei modi a mia disposizione. Indipendentemente da questa situazione che o non aveva soluzione, o la sua soluzione era insita nella sua struttura, c’era, anche un’altra cosa che riusciva a distrarmi, a divertirmi, a farmi evadere dalla mia vita di ogni giorno, praticamente, e questa era rappresentata dalla frequentazione della vita turistica della mia città, Roma. Era un surrogato del "viaggiare", un surrogato dell’"evasione", d’accordo, ma, almeno nella sua dimensione, e nell’immediato, soddisfaceva lo scopo per il quale lo esercitavo, raggiungere l’evasione dalla dimensione della vita quotidiana o, nel mio caso, il simulacro di tale evasione.

            Cominciai a trascorrere fuori casa tutto il tempo libero della giornata, trascurando, ovviamente, lo studio. A volte veniva con me, un mio caro amico, Renato, che, come me, era un appassionato di geografia e di turismo; insieme, frequentando assiduamente le agenzie di viaggio e, attingendo sull’estero quante più informazioni fosse possibile, progettavamo, dei lunghi viaggi estivi che, causa le nostre rispettive condizioni economiche, restavano i classici "sogni nel cassetto" e l’unica realizzazione dei quali consisteva nella frequentazione dei luoghi storici più famosi della città, per mischiarci fra i turisti di ogni nazionalità e respirare l’aria che respiravano loro, e, in questo modo, immergerci nella loro dimensione.

            Sbizzarrirmi nelle agenzie delle grandi compagnie di navigazione aerea, vivere, sia pure per poche ore, la vita eccitante del turista, sempre in cerca dell’avventura, del nuovo e dello sconosciuto, erano le uniche cose che riuscivano a portarmi fuori del grigiore, nel senso più deleterio del termine, del mio mondo abitudinario e monotono.

            In breve tempo tornai a quella calma che era stata, in passato, la mia principale caratteristica e riacquistai quella vitalità che era diventata in me poco più che un ricordo, ma i progressi che facevo, dovevano durare poco però, perché, lo capii presto, quella evasione che mi procuravo io era solo un’illusione, in quanto erano un simulacro di ciò che desideravo e di cui avevo bisogno, e, questa, dopo un primo momento in cui aveva dimostrato di farmi risolvere il problema, mi dimostrava tutta la sua inefficacia perché, molto spesso la realtà, giustamente superiore ad essa, continuava, indipendentemente dalle mie evasioni momentanee, la sua opera demolitrice quando, facendo ritorno a casa, all’uscita dalla scuola, o al termine di una giornata trascorsa in mezzo alla gente e nelle agenzie di viaggio, ritrovavo, la ragazza, di cui purtroppo ero innamorato, in compagnia delle mie sorelle, o di mia madre, delle quali era amica, e questo comportava che, invece di dimenticarla, ricominciavo a sperare e ad illudermi che, in un giorno più o meno lontano, in un modo o nell’altro, sarie riuscito a conquistarla davvero e, anche lei, avrebbe potuto amarmi.

            Come avrei potuto combattere o risolvere questa situazione? In nessun modo; la situazione era quella che era e non poteva essere cambiata soltanto mediante queste "evasioni" che io stesso mi procuravo con i mezzi che avevo a disposizione; il luogo della mia vita era e rimaneva quello nel quale vivevo e non avevo altre possibilità di cambiare totalmente la dimensione della mia stessa esistenza. Era ovvio, a questo punto, che questo significava che se, mi allontanavo da questa ragazza ad un certo punto della giornata, e trascorrevo il tempo in altri ambienti, le cui atmosfere mi apportavano, a livello psicologico, dei benefici, e, più tardi, a distanza di qualche ora, al mio rientro, ritrovavo, nel luogo della mia vita, questa ragazza, questo vanificava tutti gli eventuali progressi nel riassestamento della mia stabilità psichica ed emotiva che io avevo raggiunto nelle ore precedenti, e questa situazione si rendeva tanto più problematica quanto più si verificavano queste situazioni che, proprio in quel periodo, avevano preso a succedersi, per ironia della sorte, più che quotidianamente, in quanto le mie sorelle ed Anna, avevano cominciato a frequentarsi tanto assiduamente da apparire amiche inseparabili come mai era accaduto in passato. Altri, al posto mio, si sarebbero sentiti gratificati dalla sorte e avrebbero gioito agli eventi che si verificavano spontaneamente, ma, per me, significava che, volente o nolente, mi trovavo sempre questa ragazza davanti e ritrovarmela davanti significava non restarvi indifferente e, questo, nonostante i miei buoni propositi, significava sempre ricominciare a desiderarla e, ricominciare a desiderarla, significava ricominciare a sperare, nonostante la realtà delle cose, e, contro ogni ragione contraria, di amarla, un giorno, e di riuscire a farmi amare. A questo punto, presa consapevolezza di questo, e della situazione a senso unico nella quale mi ero trovato e nella quale ero costretto a muovermi, ci volle poco per convincermi, che quella illusione che mi procuravo non bastava allo scopo che mi prefiggevo perché più cercavo di allontanare questa ragazza per dimenticala, più me la trovavo davanti, più ricominciavo a sperare in una svolta del destino che si verificava solo nei romanzi e nelle telenovelas.

            Una volta, ad esempio, ricordo che, recatomi alla biblioteca dell’USIS per ritirare un libro, infatti, come del teatro, ero un assiduo frequentatore anche della biblioteca e degli altri servizi messi a disposizione dei visitatori dall’Ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma, non avendo alcun interesse che mi trattenesse in casa o comunque altrove, mi ero attardato nel locale, ben oltre ogni limite di orario mio abituale. Uscendo dalla biblioteca a sera inoltrata, lo sfavillio di luci di cui risplendè Via L. Bissolati, a quell’ora, mi aveva portato, in un fantastico volo della fantasia, che aveva precorso i tempi, a Broadway, la strada dei grandi teatri di New-York. La Pan American, illuminata a giorno, risvegliava nella gente, il desiderio di un ritorno alla natura, oltre a quello di un meraviglioso viaggio nell’esotico, con una vistosa gigantografia luminosa a colori, di una hawayana inginocchiata sulla riva dell’oceano. Vestita di una tunica fiorata che la fasciava dal seno al bacino, aveva lo sguardo perduto lontano, in un maestoso tramonto che incendiava la laguna; un quadretto animato da fili riproduceva, più o meno, fedelmente, una danza esotica. Le insegne luminose dai vari colori, le più grandi agenzie di viaggio, che risplendevano di mille luci, tutto l’insieme della vita fervente, sfavillante e rutilante, mi avevano letteralmente catapultato in un’altra dimensione al punto che, quella sera, facendo ritorno a casa, mi ero sentito completamente trasformato. Come per incanto, mi si erano risvegliate le facoltà intellettive e avevo avvertito l’inizio di una nuova, ripresa dello stato normale dello spirito e del corpo. L’aspetto notturno di Via L. Bissolati aveva avuto il potere di distrarmi e mi aveva trasportato in una dimensione diversa al punto che credei di essermi, finalmente, liberato dello stato di ansia che mi prendeva nella prospettiva di incontrare la ragazza che amavo e che non potevo avere. Quella sera avevo avvertito, di nuovo, un benessere sia psichico che fisico, paragonabile a quello del giorno in cui, compiuti i primi passi nel rapporto che costruivo con Anna, avevo creduto che ricambiasse i miei sentimenti.

            Quella sera, ero tornato a casa, liberato da quegli stati psicologici che mi opprimevano quando mi aspettavo, da un momento all’altro, un incontro con lei e, considerato il fatto che mi ero trattenuto nei locali della biblioteca oltre il consueto, avevo anche una relativa certezza che, quantunque Anna fosse potuta scendere ad intrattenersi con le mie sorelle o con mia madre, a quell’ora, o almeno qualche minuto prima di quando avrei fatto ritorno io, sarebbe dovuta essere già rientrata a casa. Erano illusione sia l’una che l’altra; pure e semplici illusioni entrambe, infatti, non appena, aperta la porta di casa, ebbi avvertito la sua voce tra quella di mia madre e quella di mia sorella, innanzi tutto dovei dare subito l’addio a tutte le mie speranze sulla mia tranquillità e poi, ebbi subito l’impressione di passare da un pianeta sul quale non esisteva quasi forza di gravità ad un altro sul quale essa abbondava.

            Mi era bastato rivederla quella sera per farmi rientrare in quella dimensione che mi sforzavo in tutti i modi di lasciare e per farmi tornare di nuovo indietro dai miei buoni propositi di dimenticarla e la serenità d’animo, che mi aveva accompagnato fino a quel momento, si dissolse subito come neve al sole.

            Il nostro incontro di quella sera fu caratterizzato, come se il passato non fosse proprio esistito, da una lunga serie di schermaglie che, se le sue risposte fossero state autentiche, avrebbero dovuto, innanzitutto, significare un grande trasporto suo verso di me e, poi, in base a questo fatto, portarci l’una fra le braccia dell’altro e dare forma concreta ad un rapporto, in sostanza, già virtualmente esistente. L’epilogo logico e desiderato alle schermaglie non ci fu, ma queste, non mancarono di riscaldare l’ambiente, l’atmosfera, me, che ne ero l’attore, e, ancor oggi mi chiedo come, per quale ragione e con quale scopo pratico, lei.

            Poco prima di salire a casa sua, Anna, approfittando dell’armonia e del "calore" che si erano creati, di nuovo, ancora, fra noi, da quell’ennesimo contatto stabilito quella sera, si sentì nel potere, se non nel diritto, di "rimettere mani" a quello che era diventato quasi un leit motiv nel suo comportamento nei nostri rapporti, per chiedermi di andare a vedere, in portineria, se fosse arrivata posta per lei. Posta non ne era arrivata, e quando salii di nuovo a casa per dirglielo, la trovai che già entrava nell’ascensore aperto per salire a casa sua. Quando, dentro di esso, scomparve nella tromba delle scale, il modo in cui si era svolto il nostro incontro di quella sera mi fece credere testardamente che non tutto era perduto o compromesso. Il fatto che quella sera aveva risposto con tanto evidente trasporto e "calore" alle mie attenzioni, anche pronunciate, era, per me, innanzi tutto, anche molto significativo e poi era anche un risultato incoraggiante e promettente ed era l’elemento che reggeva la tesi, per così dire, delle mie vane speranze. Non serviva a niente considerare che il rispondere alle attenzioni era una caratteristica del suo modo di comportarsi e che, almeno nei miei confronti, non aveva alcun significato; no; perciò bastava che ella mi rivolgesse solo uno sguardo, una parola, che rispondesse o che accettasse una mia attenzione, che questo ricominciava a costituire, per me, materia di speranza, di sogno e di….illusione….. Nonostante tutto, quindi, da quella sera, respingendo tutto il razionalismo, che veniva fuori dalla presa di consapevolezza di questa situazione, una domanda mi si scolpì nel cervello; come portare Anna alla situazione che desideravo, che, poi, sarebbe stata, in parole povere, non tanto un fidanzamento ufficiale, quanto un’intesa concreta nella prospettiva concreta di sviluppi futuri. Ci pensai tutta la sera; il programma televisivo non riuscì a distogliere la mia attenzione da quell’interrogativo. Quando, a notte fonda, dopo l’ultimo "Telegiornale", andai a dormire, un’idea mi balenò in testa improvvisamente. Anna, quella sera, come tante altre volte era accaduto, mi aveva chiesto di scendere in portineria a vedere se fosse arrivata posta per lei. Non ne era arrivata, ma se, approfittando di ciò, risalendo a casa, al posto di quelle che aspettava vanamente e che non arrivavano, le avessi portato una lettera, scritta da me, in cui, nella "chiave" dello scherzo, venivo allo scoperto e le dichiaravo esplicitamente i miei sentimenti? Dovei congratularmi con me stesso; era, senza dubbio, un’idea eccellente e il mezzo, lo strumento, inutile dirlo, era eccellente quanto o più dell’dea stessa. L’unica difficoltà era rappresentata dalla probabilità o meno che si presentasse una situazione analoga; lei doveva trovarsi a casa mia; ad un certo punto avrei fatto in modo che mi chiedesse di scendere in portineria per vedere se fosse arrivata posta per lei. Ultimo fattore, il più incerto di tutti, ma non per questo il meno importante, che, come quella sera, posta non ne fosse arrivata; allora sarei scattato in azione io. Il piano era a posto dovevo solo metterlo in pratica. Ero sicuro che ad una dichiarazione di questo genere, Anna, come, del resto, ogni ragazza, almeno, non sarebbe rimasta indifferente e che, presto o tardi, avrebbe ceduto in qualche modo. Per rendere più romantica la trovata, avevo pensato di inserire nella lettera alcune violette; erano i fiori con cui si esprimeva l’assiduità dei propri pensieri. Ricordo ancora quel periodo; frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Roma, ed era il novembre del ’64. L’orario definitivo delle lezioni non era stato ancora applicato e, quindi, usufruivamo, ancora, di quello ridotto. Uscivo tutti i giorni alle 11,50 e ciò mi permetteva, una volta arrivato a casa, di avere un po’ di tempo libero prima del pranzo.

            Il giorno dopo all’Istituto, approfittai dell’intervallo, per stendere poche righe sopra un foglio di carta. "Mia cara Anna", scrissi "poiché mi hai fatto salire e scendere le scale ripetutamente e invano per andare in portineria a ritirarti la posta che, costantemente, non arrivava, ho pensato di esaudire io, questa volta, i tuoi desideri, con questa lettera nella quale ho affidato alla carta e alla mia penna il compito di comunicarti quel che sento per te perché questo, espresso soltanto con i mezzi che ci consente la nostra vita quotidiana, la parola formale e basta, non assumerebbe il significato che io desidero dargli e le mie parole, a questo punto, non potrebbero arrivare a te nel loro giusto spirito. È nelle mie speranze che tu non faccia fare a questa breve lettera la fine del cestino e che tu riesca a cogliere il giusto spirito di queste mie semplicissime ma sentite parole perché ho vissuto nella speranza di dirtele da quando i miei occhi hanno incontrato i tuoi e da quando questo avvenimento ha cambiato la mia vita. A questo punto, mi auguro vivamente, che questa breve lettera che, in questo momento, è nelle tue mani e che stai leggendo, costituisca soltanto un ponte levatoio che si abbassi e che mi conduca a te per consentirmi di continuare questo discorso nella sua più vera e giusta dimensione. Sei la più bella ragazza del mondo; questa volta, forse, dirai che ho esagerato un po’; può anche darsi che ciò corrisponda a realtà, ma io ti vedo così. Ti voglio bene, Alberto.   ."

            Per puro caso, colsi le coincidenze dei mezzi pubblici e ciò mi permise, prima, di arrivare a casa con un notevole anticipo sull’orario abituale e, poi, di pensare a come procurarmi le violette. Era novembre, come ho detto, e, a quanto dovei constatare, non era molto facile trovarne. Girai tutto il quartiere, ricordo, fioraio per fioraio, ma da ciascuno di loro, la stessa risposta, "E’ novembre; dove le prendiamo le violette con questo freddo?". Dovei rassegnarmi; avrei rinunciato al romanticismo; avrei dichiarato i miei sentimenti secondo la moda, seguendo i tempi, vale a dire rinunciando a quelle sfumature che, tante volte, potevano anche costituire un buon elemento di convincimento per conquistare una ragazza. Preparai la busta a regola d’arte; per affrancarla usufruii di un francobollo timbrato che tolsi da una lettera giuntami tempo prima; quindi completai il timbro con dell’inchiostro; una sbavatura di questo rese la finzione più realistica. Ero sicuro che quella sera stessa Anna sarebbe venuta di nuovo a casa. In preda all’emozione, vissi la scena in anticipo, nella mia fantasia. Anna mi avrebbe chiesto di andare a ritirarle la posta in portineria; per fare un po’ di scena, mi sarei fatto pregare, fingendo un po’ d’insofferenza alla richiesta, ma l’avrei accontentata. Arrivato in portineria e accertatomi che, come sempre, posta per lei non ne era arrivata, avrei tirato fuori la mia lettera e sarei tornato a casa con aria recitativamente indifferente e, leggendole il nome della destinataria, con il medesimo atteggiamento, gliel’avrei consegnata. Pervasa dall’eccitazione ella avrebbe stracciato la busta e avrebbe letto, incuriosita, il contenuto della lettera che, già al primo sguardo, le si sarebbe presentato alquanto strano. Nel frattempo che prendeva vita questa manovra, io avrei seguito la scena in piedi, sotto l’ingresso della stanza fingendo una indifferenza più recitata che reale. Scoperto le scherzo, Anna mi sarebbe balzata incontro, contrariata e, al tempo stesso, compiaciuta. Istantaneamente avrei indietreggiato guadagnando la zona d’ombra e permettendo a lei di acquistare più slancio. Probabilmente Anna avrebbe agitato le braccia nel tentativo scherzoso di colpirmi; io gliele avrei afferrate all’altezza dei polsi e lasciandogliele improvvisamente avrei fatto in modo che esse cadessero al mio collo per farmi abbracciare mentre avrei portato le mie alla sua vita e l’avrei stretta a me. Un brivido mi percorse tutto il corpo al pensiero della conclusione. Assaporai la scena con una emozione intima e profonda che d’improvviso mi fece vedere la vita e il mondo di un colore diverso.

            Il giorno successivo era martedì; al teatro dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America vi era la proiezione in italiano; vi rinunciai; dovevo tenere la situazione sotto controllo adesso o mai più.

            La sera Anna non venne. Ero sicuro, comunque, che il giorno successivo non avrebbe tardato a farsi viva.

            Il giorno dopo l’ansia mi tenne avvinto per tutta la giornata. Nel tardo pomeriggio, con l’abbuiarsi del giorno, cominciarono a scemare le mie speranze; Anna non si fece vedere nemmeno quel giorno e così, il giorno dopo ancora. La lettera preparata con tanta cura, arte ed emozione, cominciò, era il caso di dirlo, a svernare indisturbata, nella cartella verde, la cartella in cui conservavo tutti i miei scritti e che mi seguiva ovunque, nella attesa di essere utilizzata alla prima occasione che si fosse presentata.

            Trascorse un po’ di tempo senza che accadesse nulla. Anna aveva diradato radicalmente le sue venute e non seppi mai spiegarmene la ragione; sopraggiunti impegni di studio?, ripresa dei rapporti con mio cugino?, ancor oggi mi pongo questi interrogativi e ancor oggi non vi trovo risposta se eccettuiamo una interpretazione fatalistica dei disegni cosmici, il destino, tanto per intenderci, o una arbitraria attribuzione di significato agli avvenimenti cui attribuiamo arbitrariamente funzione di destino, una "mano", una volontà superiore a quella umana che abbia disposto gli avvenimenti in modo intelligente per condurre me, essere umano, alla situazione specifica che mi avrebbe imposto di prendere quella decisione che avrebbe rappresentato la svolta della mia vita, e che presi e, esclusa questa, razionalmente non avrei saputo e non saprei ipotizzarne altre; a questo punto posso dire solo che per un po’ di tempo non mi occupai più di essa. Quanto tempo passò?, non saprei dirlo. Ricordo solo che qualche volta, cercando qualcosa fra le mie carte, quella lettera mi capitava fra le mani. La guardavo, pensavo al passato, ad un sentimento che si perdeva nel tempo; quindi, con un sorriso amaro, la mettevo di nuovo dove regolarmente la ritrovavo sempre e passavo oltre.

            Bene; la situazione era quella; fra alterne vicende il tempo proseguì il suo cammino. Compresi, con il lento trascorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi, che, se mai fossi stato oggetto delle attenzioni di Anna, non era stato per un’emozione che io suscitassi in lei, bensì, per unico suo piacere di essere l’oggetto dell’attenzione altrui. Non che questo istinto naturale non fosse biologicamente normale o umanamente considerabile in una ragazza dalla sua età ma, in lei, particolarmente, assumeva un’espressione ed uno scopo cinici ed egoistici; le piaceva giocare con i sentimenti. Unico suo piacere era di esercitare, per un certo tempo, la sua opera di conquista su chi avesse la sfortuna di provare tanta attrazione per lei da innamorarsene. Passato un po’ di tempo, lei, stanca di quel soggetto, ne sceglieva un altro, mentre l’innamorato rimaneva preda dell’illusione e della delusione.

            Nonostante fossi pienamente consapevole di tutto questo e di questa caratteristica del suo carattere, sentivo, comunque, sempre un nascosto me stesso che non restava indifferente alla sua presenza, ad ogni ricordo di lei. Fu per questo che, come, forse, era deciso al di sopra della mia volontà, ad un certo punto, presi quella decisione che, forse, era nei disegni cosmici, ma che, in questa situazione, veniva ad essere la mia decisione.

            Mi sono sempre reputato una persona intelligente oltre che seria. Fin dal principio dell’ultimo periodo dei miei incontri con Anna avevo compreso, nonostante le cose andassero come andavano, che la mia serietà e la mia posatezza di carattere non potevano andare d’accordo con la sua svagatezza e la sua vacuità mentale. Adesso era arrivato il momento, e lo compresi da solo, di chiarire tutti i punti di questa situazione e di valutarli con consapevolezza e serietà; queste, infatti erano due doti che, come ripeto, non mi mancavano. Analizzai da solo, il più obiettivamente che mi fosse possibile, ogni singolo punto, ogni più piccola, insignificante cosa che mi avesse legato a lei; quindi mi consultai con i due amici più fraterni e sinceri che avessi, Renato ed Attilio.

 

                Avevo da poco compiuto ventuno anni, lo ricordo come se fosse ieri, eravamo nel lontano giugno del ’65. In compagnia di Renato, giunsi alla stazione marittima di Napoli verso le tre del mattino; ricordo che, a giudicare dalla luce del cielo, mancava poco all’alba.

            In una luce esangue e svaporante nella foschia mattutina, ai miei occhi e ai miei sentimenti, Napoli si allontanava e, con essa, Roma, l’Italia.

            Penso che sul ponte della classe turistica, con le mani strette spasmodicamente sulla ringhiera, lo sguardo perduto sempre più lontano, una lagrima mi abbia attraversato, solitaria, tutto il viso; Renato, infatti, in procinto di dirmi qualcosa, rivoltomi uno sguardo, si allontanò lasciandomi solo.

            Cosa accadde in quei momenti? Tutto finì lì o il mare accolse altre mie lagrime? Tutto è racchiuso in quella nebbia che confondeva la linea del golfo allorché Renato mi si avvicinò di nuovo riportandomi alla realtà. Poco dopo eravamo già in mare aperto; lontano, la costa e la linea dell’orizzonte erano una cosa sola; il passato era finito, chiuso….anche se …dolorosamente, …..ma, chiuso…..

                              


                

 

            

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