L'ANGOLO DELL'AUTORE

  
Presi la penna in mano alla preistorica età dei miei quattordici anni; lo stimolo per la comunicazione mi aveva fatto già vagheggiare l’idea di scrivere qualcosa nei tempi immediatamente precedenti quel periodo ma la scintilla scattò allora ed ebbe il suo battesimo operativo una sera mentre seguivo alla televisione una commedia di Alexander Dumas figlio. Fu l’inizio e la partenza; ho cinquantatré anni e la penna non l’ho lasciata ancora e a questa sono seguiti la macchina per scrivere, la macchina fotografica, equipaggiata da una completa attrezzatura, di ordine ottico e di ordine strumentale, di formato medio-alto, la camera oscura, il computer, lo scanner, il videoregistratore, la telecamera. 

La naturale vena, fecondata, al principio, da un naturale e adolescenziale interesse per la letteratura poliziesca, mi portò ad estrinsecarmi, in una prima "fase", (possiamo definirlo così questo primo periodo di produzione), in racconti brevi o lunghi, nel genere poliziesco, nei quali si leggeva chiara l’ispirazione ma si leggeva anche la grande carica di creatività, di ricerca e l’embrione della comunicazione, da cui erano alimentati. 

I racconti polizieschi fecero la loro storia e cedettero, un po’ più tardi, la strada ad una poesia molto semplice e rudimentale, fatta di emozioni giovanili e costituita da versi, in maggioranza endecasillabi, in rime baciate o alternate, che, in verità, avevano solo poca tecnica e ancor meno composizione ma, in compenso, erano pervasi da molto sentimento e dal mio enorme desiderio e dalla mia necessità di esprimermi e di estrinsecarmi nella dimensione comunicativa. La poesia durò poco e scoprii la strada della profondità dei sentimenti più adulti o, se vogliamo, più maturi, nei racconti brevi e lunghi e nelle novelle che, tutti, traevano ispirazione e nutrimento, per lo più autobiografico, dalla dimensione della vita vissuta e da quella delle aspirazioni in prospettiva. Avevo lasciato i diciotto anni e l’Istituto Tecnico Industriale, nel quale mi ero diplomato, e i giornalini scolastici, (più fogli unici che altro), e mi incamminavo, verso i venti con, ormai, per la testa, nuove aspirazioni che cominciavano a prendere forma. I racconti e le novelle cominciarono ad essere inquadrati in una ottica compositiva ben precisa e sistematica e cominciai a guardarmi attorno, per vedere quale sbocco pratico essi potevano aprirmi. 
 
 

  

In una comitiva in cui c’è un continuo passare tangenziale di elementi, le possibilità di espansione possono capitare. La Provincia Iblea, edito in Sicilia, e Lo Studente, prima, e Cocktail, dopo, entrambi editi a Roma, non erano granchè ma furono il mio battesimo della carta stampata. 

Gli articoli erano ancora racconti ma un giornalista, che mi mise in collegamento con questi due editori, operò la trasformazione della mia chiave estrinsecativa da narrativa a informativa e io, pur continuando ad alimentare la feconda vena dei racconti, passai anche all’orizzonte degli articoli di cronaca e di fondo che mi inquadrarono nella dimensione della informazione vera e propria. Le immagini che la mia creatività elaborava e voleva sviluppare erano molte ma i mezzi a disposizione erano pochi. Mi ero diplomato, come ho già detto, all’Istituto Tecnico Industriale ma relegai subito il diploma in disparte per dedicarmi "anima e corpo", da una parte, al giornalismo, strada che ormai sentivo come mia vocazione e come prospettiva più pratica e razionale dei miei interessi e delle mie aspirazioni, e, dall’altra, al cinema, nel ramo della soggettistica e della sceneggiatura, e, un giorno, chi sa?, forse della regia. 

Una fortunosa amicizia nell’ambito parrocchiale mi mise in contatto con i settori, rispettivamente, della radio delle scuole e dei racconti sceneggiati della Rai-TV con i quali iniziai una estemporanea collaborazione durata alcuni anni; l’aspirazione che ormai avevo in testa e in ogni angolo di me stesso era la RAI. 

Preparatomi un concorso alla RAI, la mia candidatura non fu nemmeno beneficiata della convocazione; che la RAI fosse un feudo molto difficile da espugnare, si sapeva e lo sapevo e, grazie al mio innato pessimismo, non mi ero fatto soverchie illusioni di successo ma, ad una nemmeno molto profonda riflessione, considerai che avrei desiderato, almeno, la soddisfazione dell’essere esaminato; niente! 
 
 

  

Sebbene, per scrupolo, essendo disoccupato, continuassi, sulla base del diploma tecnico industriale, che è tutto e niente allo stesso tempo, a rivolgere domande di assunzione a destra e a manca e a partecipare, com’era d’uso, a partecipare a tutte le specie di concorsi che venivano banditi, tutto preso dalla comunicazione di massa, l’applicabilità del titolo che avevo conseguito non mi stimolò più alcun interesse, e, nella prospettiva delle aspirazioni che adesso perseguivo, e, sulla base di quelle che si erano rivelate, un po’ in ritardo, le mie tendenze vere e proprie, mi iscrissi alla facoltà di Sociologia, essendo questa laurea una base essenziale per intraprendere la carriera di giornalista e, nel frattempo, primo, per non pesare sulla famiglia, la cui economia non era florida, e poi, per procacciarmi i mezzi necessari per esercitare le mie attitudini, nel frattempo che esse potessero avere attuazione pratica professionalmente, combattei la disoccupazione con alcuni posti di lavoro nero, quelli, per intenderci, per pensionati e per studenti. I sacrifici furono molti ma, grazie alla mia oculatezza nell’amministrare i miei scarsi proventi, cominciai a realizzare, sulla base della cultura fotografica che mi ero fatto, preparando il concorso alla Rai, mai fattomi sostenere, le mie aspirazioni operative acquistando, in tempi diversi, due macchine fotografiche al top della tecnologia più avanzata, e nei tempi successivi, un corredo di obiettivi sul quale i fotografi professionisti "si toglievano il cappello". A questo punto avevo la possibilità di completare i miei scritti, che fossero articoli di cronaca o di fondo, con fotografie che li documentassero, li commentassero, li corredassero.  

Le mie estrinsecazioni intellettive erano queste; riducevo la realtà o costruivo di fantasia; costruivo e coglievo immagini. A volte le une si sposavano con le altre e costituivano un corpo unico fatto di narrazione, di pensiero e di immagini; altre volte le une e le altre costituivano storie a se e ciascuna di esse seguiva una strada propria, indipendente dall’altra. Mi mancava la cinepresa che per me rappresentava, ancora, non tanto una spesa insostenibile, perché, come mi ero fatto le altre attrezzature, con un po’ di sacrificio, mi sarei fatto anche quella, quanto un impegno operativo e organizzativo che non potevo permettermi in quanto una macchina da presa avrebbe richiesto, anche se ai minimi termini, una organizzazione di lavoro superiore certo a quella richiesta della macchina fotografica in quanto io non ero tipo che si fermava ai primi "giri di manovella" fatti per divertimento, ma, da quelli, fatti esclusivamente per prendere conoscenza dello strumento, in men che non si dica, avrei sentito la necessità di andare oltre ma molto oltre; avrei desiderato il soggetto, poi la sceneggiatura, poi avrei voluto gli attori, poi il parco lampade e poi dal passo ridotto avrei desiderato l’accesso al 16mm e poi al 35mm e poi avrei desiderato non avere più confini alla mia operatività, alle mie capacità e alla mia creatività...... ed, esplicitamente, tutta questa evoluzione, fin anche dai primi passi, nella mia dimensione sociale ed economica di allora, non potevo permettermela, a meno che, qualche lavoro fatto in stretta economia e per divertimento, non mi avesse catapultato nel firmamento in cui desideravo entrare, e, allora, il discorso sarebbe stato diverso, ma fino a quel momento le condizioni non lasciavano prevedere assolutamente nemmeno una eventualità del genere. 

A questo punto potevo dire anche di aver capito me stesso; il mio sogno e, anzi, più che un sogno, la mia aspirazione, la mia mira, il mio obiettivo, la mia passione, la mia vocazione, erano rappresentati dalla RAI ma la RAI era lottizzata e vi entrava soltanto la gente di partito, e di lunga militanza, o quella gravitante attorno ai cardinali, ma anche questa ultima era già più opinabile in quanto correva voce che nemmeno più i cardinali ormai facevano questo genere di miracoli; comunque fosse, io non appartenevo né all’una né all’altra categoria; inoltre la mia dimensione di vita non era una telenovela per cui potessi sperare che improvvisamente avvenisse, inaspettato e piovuto chi sa da dove, l’evento che desideravo, quindi questo discorso, per me, restava precluso, però, condotto dal vicolo cieco di questa considerazione, improvvisamente, come un’ispirazione, mi balenò in testa un’idea, nel suo genere, brillante e piena di promesse; la BBC. 

Contro tutte le avversità e le contrarietà burocratiche, amministrative e cronologiche, che potevano succedersi, una dietro l’altra, in Italia, riuscii a farmi mandare dalla BBC un "application form", consistente in alcuni fogli costituenti il prestampato di un curriculum, nei quali dovevo rispondere ad ogni domanda, vertente su tutto l'arco dei miei studi e delle mie attività svolti dall'inizio alla fine, e che dovevo corredare con una copia di tutti (nei limiti del possibile) i lavori da me fatti, che fossero stati pubblicati e che non. Fui convocato alcuni mesi dopo dalla commissione della BBC venuta in Italia per selezionare il personale della redazione della Sezione Italiana fra tutti i candidati che avevano mandato il proprio curriculum; la prima prova si svolse al British Council, più noto come il centro culturale britannico a Roma, e vi furono convocati tutti i candidati che, inviata la domanda di assunzione, sulla base della valutazione dei propri lavori che tutti erano stati invitati ad allegare all’"application form", erano stati giudicati idonei alla prima selezione. Le prove attitudinali alle quali fuimmo sottoposti furono tre, una traduzione in italiano di un testo in inglese già trasmesso dalla BBC, la redazione in italiano, sulla base della conoscenza degli strumenti tecnici inerenti, di un testo da radiotrasmettere, e una prova di conversazione in lingua inglese. I convocati, dei quali io facevo parte, erano costituiti da oltre un centinaio di aspiranti giornalisti, che rappresentavano la parte scelta di quella schiera ben più grande di malati di grafomania, che avevano mandato la propria domanda, e fra i quali, come aveva dimostrato la selezione, era presente una grande quantità di semplici imbrattacarte. Certo, potevo essere anche io uno di loro, ma mi convinsi subito, con notevole sollievo ed orgoglio, del contrario, innanzi tutto per il fatto che avevo superato la prima selezione e l’avevo superata anche abbastanza agevolmente e, questo, con un giudizio abbastanza ampio e con una commissione non certa tenera nelle sue valutazioni specialmente quando si trattava di farne oggetto gli italiani; poi perché, se in passato, mi era stata riconosciuta la validità alla pubblicazione, significava che, contrariamente a quanto aveva decretato la RAI, tutto ero fuorchè un imbrattacarte e che, in questo settore, qualcosa ero in grado di dirla e di farla anch’io e, per terzo, perché, nonostante avessi portato a termine la seconda prova in modo non propriamente lineare, per quanto riguarda i modi e i tempi di esecuzione, (strumenti tecnici adottati da dilettante o da studente fresco di studi, e non da professionista e una certa difficoltà nella disponibilità per fissare l’appuntamento per le prove), ebbi lusinghieri giudizi su di essa, già alla valutazione all’impronta dei risultati. A questo punto, a titolo di considerazione individualistica, il fatto stesso che avevo superato anche la seconda selezione, mi dava concrete certezze di essere realmente in possesso delle capacità e delle potenzialità che arbitrariamente mi attribuivo, e questo mi fu confermato quando fui convocato, alla vecchia sede della Rai, a Via del Babbuino, per la terza ed ultima selezione, quella psico-attitudinale; in questa sede, ci trovammo in sette e tra questi, dai quali dovevano essere scelti i cinque redattori che sarebbero andati a formare la redazione della Sezione Italiana della BBC, c’era Lucio Manisco, allora corrispondente, dagli U.S.A., de "Il Messaggero", che tentava l’avventura della trasmissione via etere. Alla BBC dovevano entrare, come ripeto, cinque persone; fummo convocati in sette, gli ultimi che erano rimasti dopo le tre selezioni; io fui il sesto o il settimo. 

Qui le mie battaglie per accedere alla professione cui aspiravo terminano perché, sulla base di una considerazione amara, "la Rai, per accedere ad un posto di lavoro, mi aveva chiesto la presentazione da parte di una persona potente ed influente; la BBC invece mi aveva chiesto solo che cosa sapessi fare", la disoccupazione e le delusioni nell’umanità presero il sopravvento. 

Sono entrato in banca, come appartenente a categoria protetta, a quarantuno anni, e per accedere alla carriera del ruolo impiegatizio, mi è stato chiesto il conseguimento del diploma di scuola media superiore in data successiva all’assunzione. Non potendo ripetere gli studi tecnici industriali, nei quali avevo già conseguito il diploma, in età scolastica, dopo avere valutato, a questa età, la mia ricettività mentale nei vari indirizzi medio superiori, e la mia disponibilità psicologica a sostenere un corso di studio totalmente nuovo e del tutto anche non congeniale, che, se fosse andato tutto bene e non avessi avuto alcun problema, avrebbe richiesto un impegno fisso e continuativo di almeno tre o quattro anni, ho optato per l’unico indirizzo la cui preparazione, grazie alla parentesi universitaria, era pronta, anche se in modo relativo, e che, anche grazie all’attività che ormai portavo avanti a "tempo perso" o "per la gloria", era già completa, la comunicazione di massa, il cui diploma mi dava ugualmente diritto all'accesso ai corsi universitari; presentatomi all’esame presso l’Istituto Tecnico per la Cinematografia e per la Televisione ho conseguito il diploma in un’unica sessione.